il commento 2 Il caso Mauri-Lazio e gli errori impuniti

di Tony Damascelli
Q ualcuno deve delle spiegazioni. Qualcuno che ha spedito in galera un cittadino. Qualcuno che ne ha chiesto la squalifica per quattro anni e mezzo. Qualcuno che proponeva una pesante penalizzazione per un club, nel caso si tratta di Stefano Mauri e della Lazio Società Sportiva. Delle due l'una: qualcuno ha sbagliato, qualcuno deve ammettere il proprio errore, qualcuno deve fare un passo avanti e mostrare la faccia dopo avere svergognato quella degli altri. La giustizia, penale, civile, sportiva di questo Paese è diventata una barzelletta che non fa ridere nessuno ed è anche interpretata da figure mediocri. Non c'è magistrato che non insegua un momento di celebrità, non c'è magistrato che non si porti avanti nel lavoro pensando a una carriera politica. Basta controllare il cursus honorum di alcuni attori di calciopoli per riceverne conferma. Non intendo giustificare reati o responsabilità, laddove questi siano effettivamente accertati, ma il caso Mauri-Lazio, analogo a quello che ha coinvolto altri tesserati nella vicende delle scommesse ed delle partite addomesticate, è servito a buttare fango o simile tra le eliche del ventilatore, con arresti plateali, blitz spettacolari, indagini però lentissime ed epiloghi clamorosi. Mauri per sei mesi continuerà ad allenarsi per poi tornare in campo, la Lazio pagherà la multa, qualcuno, togato o no, seguiterà a sbagliare senza conseguenze. Anche il caso dei cori razzisti al milanista Constant ha ribadito che la giustizia, sportiva e non, pratica codici a gettone, senza alcuna logica e coerenza e soprattutto senza alcuna responsabilità per chi ha commesso la gaffe. Il calcio italiano si fa riconoscere anche in questo, il ranking dei suoi giudici è da paese delle banane chiedendo scusa al frutto. La storia continua, avevamo scherzato.