il commento 2 Da Madrid a Madrid com'è lontana per noi la Spagna

di Tony Damascelli
In Spagna sì, per vacanze: Madrid, Barcellona, Ibiza, Formentera, là noi italiani riusciamo a farci conoscere e riconoscere, tutta vita e rock and roll. Quando la musica è finita e gli amici se ne vanno, entra in campo lo sport, alla voce football e allora non è il caso di fare gli splendidi. Anzi. Osservando la Liga, guardando le esibizioni di Real Madrid, Atletico e Barcellona si capisce che la Spagna vive un altro calcio, come del resto accade con i tedeschi e gli inglesi, nel senso di Bundesliga e Premier League. La Spagna che ci ha battuti nell'amichevole di Madrid non è più avanti di noi per la preparazione fisica, come ha voluto dire l'allenatore della nazionale azzurra. E' più forte e basta. Come sono più forti il Real, l'Atletico, il Barcellona, al di là di errori e omissioni di percorso come è capitato alla squadra di Messi a Valladolid. Non è una questione di sistema Paese, stando sempre alle teorie infantili di Prandelli. Il tasso di disoccupazione in Spagna è del 26% ma la campagna mediatica nasconde una crisi profonda opposta alla realtà dei grandi club spagnoli. L'Atletico dei due Diego, Simeone e Costa, fa da maggiordomo killer nel solito "giallo" tra Real Madrid e Barcellona. Le tre sono protagoniste in champions, il Milan sogna e pensa di fare il colpo della vita al Calderon ma i numeri non concedono grandi margini. I numeri della liga dicono che le prime tre di cui sopra hanno realizzato finora 210 gol, le prime tre della serie A oltre una quarantina in meno, fatto salvo il recupero della Roma con il Parma (in cui non credo che possano essere segnate 40 reti). Forse le difese spagnole sono più allegre delle nostre? O forse Cristiano Ronaldo, Messi e Diego Costa sono più forti dei nostri attaccanti e il resto della comitiva è ugualmente di migliore qualità? La preparazione fisica non c'entra e nemmeno l'economia del Paese. Se prendete Fernando Alonso nessuno può metterne in discussione il talento, la bravura, la sua professionalità ma al volante di una Ferrari, comunque un marchio mondiale, storico, italiano, deve arrendersi a chi è più bravo o veloce di lui. Lo sport emette queste sentenze e il calcio ci ha messo dietro la lavagna negli ultimi mesi, dopo i confronti ufficiali e amichevoli con il mondo spagnolo. Forse Prandelli, e con lui alcuni osservatori, dimentica che la Spagna è campione del mondo e d'Europa e non per caso. Ha vinto senza avere in squadra Messi e Ronaldo, i suoi assi "stranieri" di campionato, ha vinto con la crescita dei gregari diventati mattatori, da Xavi a Iniesta, da Sergio Ramos a Pujol, da Pedro a Xabi Alonso e allenatori di grande esperienza, dal compianto Luis Aragones a Del Bosque, mai spacciatori di un "nuovo calcio" ma rispettosi della tradizione.
La cifra di un popolo non può essere valutata dai risultati di una squadra di football, altrimenti gli americani, i cinesi e i russi sarebbero staccati alcuni secoli dal resto del mondo. Ma è anche vero che la Spagna, dai giochi olimpici di Barcellona in poi, ha cambiato marcia, in tutte le discipline, provocando anche sospetti, in alcuni casi confortati da dati certi e documentati, sulle ragioni della sua esplosione clamorosa. Non ci restano che le memorie bellissime della notte di Madrid, quando andammo a vincere il titolo per nazionali più importante in casa loro o quando l'Inter di Mourinho conquistò la coppa dei campioni. Ma oltre la nostalgia da album c'è una fotografia più nitida e noi, per il momento, siamo tornati quelli sullo sfondo. Martedì notte l'ultimo flash, prima del buio.