Il commento Una medicina che farà bene al nostro calcio

Poteva arrivare quattro anni prima, nell'estate tempestosa di Calciopoli: avrebbe cambiato di sicuro il destino dell'Inter di Mancini (allenatore) e di Moratti, non quello del Milan che veleggiò verso la Champions league di Atene guidato dal maestoso Kakà nonostante la zavorra di Ricardo Oliveira. Poteva arrivare quattro anni prima, in un altro Milan, sulla scia di Shevchenko partito per Londra, a un costo persino superiore rispetto a quello pattuito dalla faina Galliani con il Barcellona (prestito e riscatto fissato a 24 milioni con pagamento in tre rate), a dimostrazione che nel calcio, come nella vita, non è mai troppo tardi. Specie se poi il suo arrivo è servito per suturare la ferita che si era aperta nel popolo rossonero tra i suoi patiti e il presidente, accusato di fare di conto e di aver messo in un cantuccio l'amore «per il suo caro, vecchio, paralitico Milan» col quale aveva conquistato i cuori di molte generazioni e il consenso di critici pelosi e doppiopesisti oltre che una collezione industriale di trofei in giro per il mondo.
Zlatan Ibrahimovic è arrivato tra ali di folla nuovamente eccitata come capitò a un olandesone dal fisico possente e dalle trecce suggestive, Ruud Gullit, all’alba del Milan berlusconiano, estate dell'87. Quel cavallo di razza aiutò Arrigo Sacchi e tutti gli altri a «far correre in avanti gli italiani», questo svedesone dai piedi enormi ha la responsabilità di rimettere il Milan e i suoi tifosi in traiettoria con l'Inter e riprendere quel duello che si è disperso tra molti derby finiti male e una striscia di scudetti recapitati all’indirizzo nerazzurro. È un altro Milan, d'accordo. Non c’è l'omino venuto da Fusignano ad addestrarlo, Allegri può soltanto imitarlo, in maniera moderna e meno maniacale, aggiungendolo agli estri maturi di Ronaldinho al talento acerbo di Pato, alle geometrie di altri esponenti della rinomata schiatta che può sentirsi finalmente non più abbandonata al proprio declino.
È cambiata la tecnica operativa di Silvio Berlusconi, ma la passione per il suo Milan è rimasta intatta. Allora volò personalmente in Olanda presso la sede della Philips e concluse in poche ore il trasferimento di Gullit in rossonero pagando una cifra resa più rotonda dalla concorrenza della Juventus e di qualche suo menestrello italiano, oggi ha affidato a Galliani il compito di muoversi, per settimane, a fari spenti, prima di sferrare l'assalto decisivo. Ha risparmiato su quasi tutto: sulle rate, sullo stipendio, sul pagamento complessivo del cartellino a dimostrazione che si può essere Berlusconi anche così, badando alle dimensioni del bilancio e alla crisi economica mondiale che impone molti sacrifici, qualche privazione. Non ha risparmiato sulle ambizioni e sull’entusiasmo del suo popolo col quale si è riconciliato come non è accaduto nemmeno ai tempi di Ronaldinho o di Ronaldo, di Nesta, giunto a coronamento di un altro tormentato inseguimento.
È curioso il destino di Ibrahimovic: ha sempre fatto una scorpacciata di scudetti, tra Amsterdam, Milano e Barcellona, dopo i due juventini cancellati da Calciopoli, ma ha inutilmente dato la caccia alla Champions, spesso invidiata a quelli del Milan. Adesso che Ibra è arrivato e si è vestito di rossonero, il suo primo pensiero è stato alla coppa dalle grandi orecchie mentre i milanisti d’ogni regione hanno fatto l’occhiolino allo scudetto. È il suo nervo scoperto. Avere al fianco Pato lo aiuterà a decollare, avere come musa ispiratrice Ronaldinho gli consentirà di rimettersi subito in sintonia col calcio italiano e i suoi spigoli. Toccherà ad Allegri inserirlo nell’orchestra. Di sicuro cancellerà al volo le malinconie per la partenza di Mourinho e quella di Balotelli, la sua presenza recupererà un po’ di quel credito disperso tra le pieghe di un mondiale avvilente. È un bel gerovital: ne avevano bisogno tutti, il Milan e il calcio italiano.