Così è diventata Divina: tra ore in tangenziale e corse all'alba in metro

Di Mito, il tecnico che l'ha lanciata, racconta la vita infernale della Pellegrini ragazzina

Alle origini della Fede c'è una piscina troppo corta per contenere un immenso talento e una gigantesca voglia di vincere. C'è il bisogno di emigrare, c'è un viaggio verso Milano, c'è un pulmino sgangherato e una fermata della metro dove andare ogni mattina e tornare ogni pomeriggio. E ci sono due tipi di nebbia da respirare e tagliare con il corpo: quella dei primi anni, grigia e profumata delle sue terre venete, e quella grigia e inquinata della metropoli. Alle origini della Fede c'è la sveglia alle 5 e mezza tutti i santi giorni e la fila per andare in bagno dietro altri ragazzini e ragazzine per lavarsi in fretta perché il pulmino non aspetta e bisogna andare ad allenarsi alle 6 e un quarto. E c'è il pulmino che porta tutti dritti alla fermata del metrò dove scorrono convogli che scompaiono nei tunnel perché la campanella suona presto e il liceo non perdona.

Alle origine della Fede e di Federica e della Divina e della Pellegrini e di questo splendido esempio di atleta e di longevità agonistica, ci sono quei viaggi in metropolitana, i ritorni di corsa a Settimo Milanese, il pranzo ingurgitato insieme con altri giovani talenti per poi rituffarsi di nuovo in palestra, due ore a potenziarsi e via, ancora in pulmino, tre quarti d'ora nel traffico delle tangenziali per arrivare in zona Mecenate o al Saini, dove finalmente poter nuotare in vasche da cinquanta metri. Ecco come è nata un'atleta prodigio in quest'Italia di quasi vent'anni fa, quando i centri federali non erano quelli di oggi ma l'America e l'Australia e le nazioni rivali erano già come oggi, cioè piene di Campus e strutture da mille e una notte. E' nata per merito anche di un faticoso fai-da-te.

«Zona Pasteur, a Milano. Ogni mattina accompagnavo Federica e altri giovani atleti fino alla fermata di Molino Dorino. Ci eravamo trasferiti da Mestre perché là le strutture non bastavano più. Da lì prendevano la metropolitana e andavano a scuola e la cosa incredibile è che Federica aveva solo 16 anni, viveva così e aveva già conquistato l'argento alle Olimpiadi di Atene. L'atleta italiana più giovane di sempre». Max Di Mito è stato il primo allenatore di Federica Pellegrini, «non il primo», corregge lui, «ad averla scoperta era stato Paolo Penso, nella sua piscina, a Mestre, la Serenissima, dove aveva iniziato da piccina. Paolo mi chiese poi di seguirla e così mi trasferii da loro. Fede aveva 12 anni. Qualche anno dopo ci trasferimmo al centro DDS di Milano. Poi le nostre strade si divisero».

Alle origini della Fede c'è una bambina di dodici anni che diventava una furia «se in allenamento non la lasciavi lottare contro i maschi e, soprattutto, che non si dava pace quando non riusciva a batterli», racconta Di Mito, ora coach di Alice Mizzau. «Non le bastava proprio competere solo con le donne, voleva i ragazzini. Per rendere l'idea della sua grinta e della sua voglia di vincere sempre e toccare prima delle altre, un aneddoto: agli inizi gareggiava anche nei 200 dorso dove aveva una compagna di squadra più forte. Ai campionati italiani giovanili del 2001, quindi non aveva ancora tredici anni, lei si impuntò che proprio non li voleva fare i 200 dorso. Altri allenatori l'avrebbero costretta, perché questi rifiuti, queste paure non sono ammissibili. Ma quella di Fede non era paura. Era consapevolezza: rischiava di perdere e lei non voleva. L'assecondai. E lei ricambiò: nelle altre specialità vinse cinque medaglie d'oro».

Fa effetto pensarla Divina oggi e in pulmino e in coda sulla tangenziale di Milano ieri. Assieme ai pendolari che rientravano dopo una giornata di lavoro c'era lei con otto chilometri di nuoto sulle spalle e i compiti ancora da fare. «Non arrivavamo a casa prima delle 21 e trenta», riprende il filo dei ricordi Di Mito, «ma Federica aveva fin da bambina l'istinto killer, la cattiveria nella gara, la caparbietà durante gli allenamenti. Anche in palestra, voleva sempre essere quella che metteva cinque chili in più delle altre. In quei primi anni lavorai molto sulla costruzione della forza. Perché è un bagaglio che poi ti resta per sempre. Ancora oggi molti allenatori tendono soprattutto ad aumentare i volumi di nuoto. Io invece li riducevo per incrementare il lavoro in palestra. Ovviamente calibrato su una ragazzina di tredici anni. È in questa fase che bisogna fare molta attenzione e regolare tutto e non perdere l'attimo: perché è un momento biologico molto sensibile a livello muscolare e allo sviluppo della forza, soprattutto nelle donne. Per cui, se si lavora nel modo giusto resterà sempre nell'atleta, anche da adulto e a parità di allenamento, della potenza in più sempre pronta all'uso». L'ha usata l'altro ieri, Federica. La userà ancora. Almeno fino a Tokio. Dobbiamo avere Fede.