Damiano in TOURnée

Niente crostata. Non è assolutamente andata come avrei desiderato. E la cosa che più mi dà fastidio è che non posso dire di essermi staccato perché faticavo troppo. Non avrei problemi ad ammetterlo: tante volte mi sono sentito privo di forze, vuoto e quindi incapace di condurre un azione. Pedalando sul Tourmalet e verso Hautacam, invece, ho sempre avuto la sensazione di avere una sorta di limitatore di velocità. Pedalavo ma più di tot non andavo. Non ero in affanno, non mi sentivo in riserva di energie, non ero cotto, ero lucido e consapevole di quello che avrei dovuto fare ma non riuscivo a farlo. Credetemi, non è bello.
È come quando stai male e nessuno riesce a capire il perché: è la cosa peggiore che ti possa accadere. Questo è il primo imbarazzo, poi ce n’è un altro, tutt’altro che secondario. Si chiama responsabilità. Io ho la responsabilità di tutta la mia squadra, io corro per concretizzare il lavoro dei miei compagni di squadra e quando non ci riesci ti senti... lasciamo perdere. Avete capito. Tagliato il traguardo, ho girato la bicicletta e sono immediatamente sceso verso il motorhome della Lampre. Sedici chilometri di discesa, tra i tifosi festanti. In verità questo bagno di entusiasmo un po’ mi è servito per stemperare la rabbia e la delusione.
Tanti, tantissimi applausi, anche al sottoscritto, che aveva in ogni caso deluso. Tanti colpi sulle spalle, tanti gli italiani in vacanza sui Pirenei che mi hanno esortato ad andare avanti e a non arrendermi. Sono arrivato al motorhome: da sconfitto. E come tale mi sono presentato ai miei compagni. Loro mi hanno guardato, e io a loro ho detto: «Ragazzi, non è finita qui, qualcosa proverò ad inventarmi». È la pura verità, qualcosa voglio fare, un segno voglio e devo lasciarlo. Sono lontano in classifica, questi dieci giorni non mi hanno riservato grandi gioie, eppure io una fetta di crostata vorrei proprio regalarmela.

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