Damiano in TOURnée

È stata più dura convincere i medici del Tour a farmi proseguire che salire in ambulanza. Per loro mi sarei dovuto fermare, se davo retta al mio corpo avrei dovuto farlo immediatamente, ma dopo quasi tre settimane di corsa, e dopo aver ingoiato amaro come non mai, a tre giorni da Parigi non me la sono sentita assolutamente di lasciare. Perché l’ho fatto? Per orgoglio. Per non darla vinta alla malasorte, a questo Tour maledetto che per me è stato un autentico calvario. E poi per i miei compagni di squadra che anche ieri sono stati semplicemente esemplari: Mori, Righi, Marzano e Tiralongo, lì con me per oltre 160 chilometri, a pedalare come matti, perché là davanti andavano e noi dietro ad inseguire, a tenere il più possibile, senza nemmeno un po’ di clemenza. Sì, la clemenza: qui al Tour non esiste. Piovani, il mio diesse sull’ammiraglia, avrebbe anche voluto agevolarmi un po’ con qualche scia dietro macchina, si sperava che in una situazione simile avrebbero chiuso un occhio: macché. Al Tour non si chiude nulla. E allora, chiudiamola qui. Ieri sera, sono stato qualche ora alla clinica privata della Loira: radiografie, medicazioni, punti al mento (cinque). Alla fine la decisione: tornare a casa. Non ne vale più la pena. Bisogna recuperare per guardare ai Giochi di Pechino. Peccato, non volevo darla vinta al Tour...

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