Il derby in casa Milan non vale per la panchina

Una rondine non fa primavera come un derby, vinto, con merito, non può determinare un clamoroso cambio di rotta. Seedorf ha vinto il suo primo e quasi certamente ultimo derby da allenatore, ha riaperto la caccia al possibile ultimo vagone di Europa league, ma non ha cambiato il giudizio che i vertici della società hanno maturato sul suo conto. Il "professore" ha vinto il derby con lo schieramento caro al suo presidente che da settimane predicava, inascoltato, la teoria egli «uomini giusti nel ruolo giusto», ma la tardiva conversione, accompagnata da una mezza promessa («so che questo sistema di gioco piace al presidente, lo potremo utilizzare nella prossima stagione»), non gli varranno da salvacondotto. Dopo la festa in tribuna con il figlio Gianluca a cui aveva pronosticato in anticipo una serata felice dopo aver avuto notizia dello schieramento adottato, Adriano Galliani non si è lasciato contagiare dall'entusiasmo e ha tenuto fede alle disposizioni di Arcore: nessun pronunciamento sul futuro di Seedorf. Anche ieri sera i due, il tecnico e l'ad, si sono ritrovati in un albergo del centro per una serata di beneficenza organizzata dalla moglie di Muntari: baci, abbracci e sorrisi in quantità industriale ma zero dichiarazioni impegnative nonostante il pressing di giornali e tv.
Nella storia del Milan berlusconiano, il derby non è mai stato uno spartiacque fondamentale. Per esempio a Terim, che pure regalò al popolo rossonero una strepitosa rimonta sull'Inter di Cuper (4 a 2), non bastò quella medaglia sul petto per evitare l'esonero maturato a causa di una partenza più lenta del previsto (12 punti nelle prime 6 partite), nonostante l'arrivo di Rui Costa e Inzaghi dal mercato estivo e a seguito di una sconfitta col Toro scandita dal rigore fallito da Pippo. Per esempio Cesare Maldini, assistito in panchina dal bravo Mauro Tassotti, fu il tecnico protagonista del famoso derby finito 6 a 0 sull'Inter allenata da Marco Tardelli eppure l'evento, che segnalò la brevissima gloria del centravanti Comandini, non gli valse una riconferma. E infine Fabio Capello, regista della strepitosa striscia, 4 scudetti in 5 anni, non concluse in materia di derby con un bilancio altrettanto luccicante: 3 vittorie, 6 pareggi, 3 sconfitte nelle 12 sfide di campionato (compreso il sesto torneo). Sono la gestione del gruppo, le vittorie e il bel gioco, raggiunto col modulo della casa, il rombo più trequartista e le due punte, i parametri attraverso i quali si può misurare le capacità di un allenatore da Milan. Seedorf ha impiegato la bellezza di 17 partite partendo da lontano e cioè dallo schieramento senza paracadute, per rifugiarsi, partita dopo partita, in uno schema più equilibrato e con un minor numero di rischi. Anche il finale del derby di maggio, con Abate intervenuto a rimpiazzare Constant, e con De Sciglio trasferito sul binario mancino, è sembrato un omaggio alle convinzioni del presidente più che il riconoscimento di un pregiudizio personale nei confronti di Abate stesso.
Quanto poi ai paragoni tra il punteggio ottenuto da Allegri e quello collezionato da Seedorf, critici autorevoli e apprendisti stregoni hanno dimenticato un dettaglio gigantesco. Anche il tecnico livornese, nella passata stagione seguita alla cessione di Ibra e Thiago Silva oltre che alla partenza dei mostri sacri, fece lo stesso tragitto: 30 punti nel girone d'andata, 42 collezionati nel ritorno. E sapete perché? Oltre all'arrivo di Balotelli fu decisivA la parte finale della stagione senza più la Champions che nella fase autunnale (2 partite di play-off più 6 del girone iniziale) di solito consumava le migliori energie. Clarence, rispetto ad Allegri, ha infine goduto di qualche rinforzo proveniente dal mercato di gennaio tipo Rami, Taarabt, più Pazzini in piena salute finalmente e il miglior Kakà. Non sono Didì, Vavà e Pelè ma qualcosa di buono hanno fatto.