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È qualcosa di più. Ha qualcosa in più. È il Masters, il primo inter pares fra i Major. È un giacca verde. Come il course dove è nato nel 1934 e dove si rinnova, anno dopo anno, l'Augusta National, in Georgia. Tanto ci si tiene a far bella figura su quel campo e, soprattutto, contro quel campo, tanto bello quanto ostico e punitivo, che il numero uno al mondo, quel Tiger Woods che è tornato giustamente a graffiare, ha traslocato ad Augusta già una settimana fa per non farsi cogliere il contropiede dalle nuove e antiche insidie. Quest'anno, dice chi sostiene di essere ben informato come me, il Masters è, o meglio, dovrebbe essere una questione privata fra Tiger e Rory, Rory McIlroy. Il primo è partito alla grande collezionando una serie di vittorie, il secondo ha avuto un principio di stagione disastroso: un «taglio» a Dubai, un'eliminazione al primo turno, un ritiro che ha innescato solo polemiche. Ad Augusta in gioco non ci sono solo i soldi, c'è, appunto, qualcosa in più, la fama. Perpetua. Che si accomoda dentro quella giacca verde e non ti lascia in più, perché diventi una sorta di supereroe. Così hanno fatto andata e ritorno Jack Nicklaus, che ha vinto per 6 volte, l'ultima nel 1986 all'età di 46 anni e Tiger, che ha vinto 4 volte. E se nel 1997, quando vinse per la prima volta, fu proprio un italiano, Costantino Rocca, a mettere paura a Tiger, non vedo perché non dovrebbero metter paura a Tiger e a Rory anche Matteo Manassero e Chicco Molinari. Basta che giochino senza guardarsi troppo attorno.