Disastro Italia: sette mete dentro un cucchiaio di legno

Mistero della fede? Mistero della moda? Mistero del rugby? Mistero di una nazionale che continua inesorabilmente a perdere ma anche inesorabilmente a riempire l'Olimpico. Ottantamila votati al sacrificio di accompagnare l'Italia a un'ennesima prevedibile sconfitta e soprattutto a tornarsene a casa tutti con il cucchiaio di legno in tasca. Impossibile non sorprendersi e inchinarsi davanti a questa prova di affetto del popolo del rugby verso la propria nazionale, ma è altrettanto impossibile non accorgersi di una squadra che sta facendo enormi passi indietro.
Come ha spiegato capitan Parisse, addirittura alla vigilia dell'ultima sfida con l'Inghilterra, «anche se dovessimo battere gli inglesi sarebbe un torneo da dimenticare». Figuriamoci cosa avrà pensato dopo aver incassato 52 punti (a 11) e addirittura 7 mete. Cucchiaio di legno inesorabile, soprattutto per Jacques Brunel: «La partita peggiore che potevamo fare», ha ammesso il ct che l'anno scorso ci aveva illusi e che quest'anno ci ha stupiti al contrario, facendoci vedere un'Italia onestamente imbarazzante, capace di prendere una meta nei minuti di recupero partendo con la palla in mano...
Un torneo proprio da dimenticare, con la perla di quella partita regalata incredibilmente agli scozzesi all'ultimo minuto, con valanghe di mete e di punti subiti: 172 in cinque partite, una media di 34 e mezzo a gara. Ci consoliamo con la scoperta di giovani interessanti (Sarto, autore ieri dell'unica meta azzurra, Campagnaro ed Esposito), ma ci ritroviamo con l'ennesimo cucchiaio di legno e con il quinto cappotto (quello che gli inglesi chiamano “whitewhash”, il torneo senza vittorie) che ci rispedisce indietro di qualche anno. Non accadeva dal 2009 che la nostra nazionale restasse senza vittorie, ma davanti all'Italia vista in campo ieri persino l'urlatore Vittorio Munari, grande tecnico e inguaribile commentatore ottimista della nostra tv, ha dovuto ammettere che «è difficile trovare le parole».
Sapevamo che sarebbe stato un torneo in salita, ma a un anno dal mondiale ci troviamo con un mare di dubbi che il ct francese dovrà risolvere in così poco tempo. L'unica certezza che ci resta è la capacità di un movimento comunque piccolo (se confrontato a giganti come l'Inghilterra o la Francia) di portare sempre i propri adepti a riempire l'immenso stadio romano come ormai non riesce più nemmeno al derby Roma-Lazio. Ma qui entra in scena quel fenomeno di moda che è diventato il rugby, dove gli ottantamila dell'Olimpico non rispecchiano purtroppo i veri numeri del nostro movimento, quelli evidenti a chi va a vedere le partite del nostro campionato. Quanti di quegli ottantamila sanno chi ha vinto l'ultimo scudetto?
L'importante, per chi ha vissuto il rugby italiano anche negli anni della povertà, quando si andava a Sant Boi e a Brasov, non a Twickenham e St.Denis, è non sentir ripetere sempre le stesse amenità, che «il rugby è bello perché non si litiga con i tifosi avversari, perché si va alla partita per cantare, ballare e mangiare, perché si è felici anche quando si perde». Perdenti sì, ma scemi no.