Djokovic sfata Parigi. Adesso è da grande slam

Nole il primo a vincere quattro Major di fila dai tempi di Laver: rimonta Murray e doma anche la terra: "Il mio momento più bello"

Ha vinto, ha pianto, ha disegnato un cuore sulla terra rossa di Parigi sotto gli occhi di colui che lo fece per primo: Guga Kuerten. Ha vinto, ha pianto, ha fatto la storia, perché Novak Djokovic ha conquistato un altro pezzo di leggenda del tennis superando il suo ultimo limite: il Roland Garros. Dicono che i robot non abbiano sentimenti e dicevano che lui fosse un robot: invincibile, troppo perfetto. E invece finalmente ce l'ha fatta nella maniera più umana possibile, ha conquistato il dodicesimo major che gli vale lo Slam della Carriera - ovvero li ha vinti tutti e quattro ora -, il quarto di fila (non succedeva dal 1969, l'anno di Rod Laver). E in attesa di sapere se riuscirà a raggiungere Donald Budge e lo stesso Laver nella galleria degli immortali aggiudicandosi anche Wimbledon e Us Open e dunque il Grande Slam, adesso può fermarsi a guardare le sue meraviglie. Soprattutto perché Nole, che ha sconfitto Andy Murray in 4 set (3-6, 6-1, 6-2, 6-4), ha dimostrato che dietro la perfezione c'è un anima, un cuore, un uomo - appunto con i suoi sentimenti.

Il primo set di ieri ne è stata la dimostrazione: mai visto così assente, così falloso, così in balìa dell'avversario, questo dopo aver vissuto per tutto il torneo litigando con il campo, con gli arbitri, con se stesso, con le racchette, andando perfino vicino alla squalifica in semifinale quando ne ha lanciata una per terra dopo un colpo sbagliato e ha sfiorato un giudice di linea. Emozioni, forti. Sentimenti, si diceva, di un campione assoluto vicino all'impresa della vita. Ed è successo in quel primo set con lo sguardo perso nel vuoto che ha regalato a Murray l'illusione di potercela fare. Invece, poi, tutto è finito nel primo gioco della seconda partita: Nole ha salvato una palla break e da lì è stata discesa libera, fino al 5-2 del quarto diventato 5-4 perché anche le emozioni giocano a tennis. Murray però alla fine è crollato e per Djokovic è stato il trionfo di una vita.

Com'è dolce Parigi dunque per il campione assoluto, adesso, finalmente. Com'è dolce sentire il pubblico che urla il tuo nome, per una volta tutto dalla tua parte perché capisce che questo è il momento che fa la Storia. Così Djokovic riceve alla fine la Coppa dei Moschettieri dalle mani di Adriano Panatta, voluto dagli organizzatori per celebrare il suo successo di 40 anni fa (che differenza con le meste celebrazioni a Roma) e si libera: «È il momento più bello della mia carriera: Guga mi ha dato il permesso di disegnare il cuore sul campo, perché io ce l'ho messo tutto, come ho sentito il vostro». E mentre Murray si inchina al campione assoluto («Fa un po' schifo essere dall'altra parte della rete, ma in fondo è bello essere qui in una giornata indimenticabile»), Nole guarda il cielo con orgoglio, stranamente liberato dalle nuvole del Roland Garros più freddo di sempre: «È spuntato pure il sole, è fantastico». Doveva essere così in fondo il successo più bello nell'anno in cui lui è sembrato quasi più fragile. Doveva essere così, perché è così - appunto - che accade a un vero campione. Soprattutto se è un vero uomo.