Durant trascina i Warriors al titolo Con l'anello chiude un anno di veleni

Kevin mvp dopo le critiche per l'addio a Oklahoma: battuto LeBron

Roberto Gotta

Nel bene, nel male, è stata la finale Nba di Kevin Durant. Solo bene sul campo, per l'ala 28enne, votato come miglior giocatore grazie ai 35,5 punti di media in 5 gare, con una percentuale di tiro superiore al 50% e buona difesa. Il male è arrivato, anzi ha continuato ad arrivare, fuori dal parquet: la conquista del titolo da parte dei Golden State Warriors, il secondo in tre anni di finali contro Cleveland, ha infatti scaricato nel fuoco la benzina di 11 mesi di polemiche, da quel 4 luglio 2016 in cui Durant interpretò a modo suo la più grande festa americana dichiarando la propria indipendenza dagli Oklahoma City Thunder, sua squadra dal 2007, quando ancora si chiamava Seattle Supersonics.

Via da OKC per andare a Golden State, dunque un ricco che ruba se stesso ai poveri per regalarsi ad altri ricchi, ai Warriors sconfitti in finale da Cleveland nel 2016. Una mossa che era piaciuta a pochi, forse pochissimi: troppo facile vincere così, troppo grande il rischio di trasformare la Nba in un club ristretto a due squadre, come è stato. Durant si è dimostrato all'altezza della scelta in tutti i playoff e solo per via della sconfitta in gara 4 a Cleveland i Warriors non hanno stabilito un record pauroso come quello di vincere a zero tutte e quattro le serie disputate.

A giudizio di molti addetti ai lavori, il loro basket è tra i più belli che si siano mai visti, per l'abilità individuale, per i movimenti di squadra volti a creare sempre un uomo libero non appena gli avversari perdono il passo su un blocco o su un contropiede. Un basket da superstar che esprime un fenomenale gioco di gruppo, facilitato dalle doti dei singoli: i tiri di Steph Curry da nove metri senza uno sforzo tale da corrompergli lo stile, le esecuzioni fluide di Durant nonostante i 207 centimetri di statura, i lampi di talento di un martello come Draymond Green, la difesa e l'opportunismo offensivo di Klay Thompson. Il quale, arrivato nella Nba nel 2011, ha formato assieme a Curry il duo detto Splash Brothers per l'abilità nello scuotere le retine col tiro da tre, ma con il tempo ha accettato il ruolo di comprimario, di quelli che altrove sarebbero mezze superstar. Lo ha detto e spiegato, in modo netto, ieri, e in generale in questi giorni, parlando al sito della Espn: «Non credo di avere realmente fatto un sacrificio. Preferisco essere parte di un gruppo che lascerà un segno nella storia. Il basket non è solo volersi appropriare di qualcosa, o essere il numero uno». Ubi maior eccetera, e il maior è stato Durant, che nei playoff è spuntato ovunque. Specialmente dove serviva, e lo ha sottolineato il coach Steve Kerr, che proprio 20 anni fa con un tiro da tre faceva vincere ai Chicago Bulls il titolo: il nuovo arrivato non è un giocatore che pretende la palla al di fuori dell'armonia della squadra, ma che si sa muovere sul campo in maniera da essere una opzione naturale dei colleghi.

Senza dimenticare i momenti in cui sa costruire tutto da solo: nella fondamentale vittoria di gara 3, a Cleveland, con un parziale di 11-0 nel finale, il sorpasso sul 114-113 è arrivato quando Durant ha preso un rimbalzo, ha percorso 15 metri in palleggio e con naturalezza ha segnato da tre punti anticipando l'intervento difensivo di LeBron James. Che ha giocato una serie eccelsa e ha stabilito un record divenendo il primo giocatore nella storia ad avere di media almeno 10 punti, rimbalzi e assist in una finale, eppure viene menzionato, qui, all'ultima riga. È tutto dire.