E il tecnico scarica Ljajic: «Sono stufo. Non ho voglia e tempo di aspettarlo»

Il giorno prima della partita di Zurigo, Vincenzo Montella ha preso in disparte Giuseppe Rossi e gli ha comunicato che avrebbe disputato il preliminare di Europa League dal primo minuto: «Basta panchina, il ginocchio è a posto, la testa pure, hai solo bisogno di giocare». E l'altro, soprannominato Pepito dal compianto Enzo Bearzot che di Rossi se ne intendeva, sorrise di gusto: «È ora che torni a tempo pieno». Contro il Grasshopper l'attaccante non ha segnato, ma ha propiziato la seconda rete viola e messo in affanno la difesa avversaria. Per lui, una liberazione. Per Montella e Prandelli la certezza di aver nuovamente a disposizione il giocatore a lungo atteso da Fiorentina e Nazionale. Ma quante critiche alla scelta di Pradè e Macia che acquistarono l'attaccante nello scorso gennaio dal Villareal per 10 milioni più 6 di bonus: «Assurdo investire tanti soldi su un giocatore che s'è rotto per due volte il legamento crociato (della gamba destra, ndr) e ha dovuto sottoporsi a tre operazioni». Invece l'affare sta premiando il coraggio di chi l'ha voluto a Firenze.
Ma valli a capire i mostri sacri del mercato. Nell'estate 2007 nessun club italiano ritenne di investire 10 milioni sul ventenne Giuseppe Rossi che aveva contribuito in misura determinante alla salvezza del Parma con 9 gol in 19 partite. Quelle disputate da gennaio in poi. Finì che il Manchester United, proprietario del cartellino, cedette il giovanotto al Villareal per 11 milioni. In quattro stagioni e spiccioli l'attaccante, nato negli Stati Uniti in una cittadina a non molta distanza da Boston, ma di passaporto italiano, firmò 82 gol in 192 partite, alla media consolidata di una rete ogni due gare. Straordinaria in particolare la stagione 2010-11 con uno score di 32 gol, di cui 11 realizzati in Europa League. Ma la sfortuna, ahilui, lo prese di mira. E Pepito dovette segnare il passo per quasi due anni prima di sentirsi calciatore a tempo pieno: dal 26 ottobre 2011, il giorno del primo infortunio al Bernabeu, al 22 agosto 2013, la sera del rientro a Zurigo. Nel mezzo 700 giorni vissuti con l'incubo di lasciare il pallone. «Ma dall'alto vigilava mio padre Fernando», confidò una volta. Un legame indissolubile. Per stargli vicino nei suoi ultimi giorni Pepito saltò quattro partite con il Villareal. Adesso lo ricorda con il numero 49 sulla maglia e la denominazione del sito personale (GR22) che si riferiscono rispettivamente all'anno e al giorno di nascita del padre.
Il suo ritorno potrebbe fare la felicità non solo di Montella, ma anche di Prandelli. Perché la nostra nazionale, come s'è visto in Confederations Cup, non può vivere di solo Balotelli in attacco. Le alternative non hanno funzionato per infortuni (Destro e Pazzini), testa matta (Osvaldo), vena annacquata (Gilardino). Per parlare di Italia da finale ci vogliono El Shaarawy, appassitosi con l'arrivo di Balo, ma che sembrerebbe finalmente in ripresa, e Giuseppe Rossi che potrebbe permettere al ct azzurro di varare un tridente unico al mondo. Con Gomez s'intende già a meraviglia, con Balotelli sarà lo stesso. C'è da scommetterci: Pepito non è solo un grande calciatore, è soprattutto un grande uomo.
E intanto Montella, stuzzicato sul caso Ljajic (tra i convocati del match di questa sera con il Catania), non si nasconde: «Sono stufo della situazione, io non ho tempo né voglia né pazienza di aspettare. Nella seconda parte della stagione ha dimostrato di poter diventare un grande giocatore, ma ha anche ricevuto tanto, vicinanza dalla società, considerazione dalla squadra e dell'allenatore. E siccome non è sereno, io vado avanti per la mia strada».