Elisa e l'ossessione dell'oro I grandi in cerca di lieto fine

La Di Francisca dopo l'argento nel fioretto ci ripensa sul ritiro: «Volevo vincere per chiudere... Vado avanti»

Vittorio Macioce

nostro inviato a Rio de Janeiro

È buio quando Elisa arriva con la medaglia al collo. L'argento brilla anche da lontano. Quello che non vedi sono tutte le cose che quell'argento non ti permette di fare. Allora te lo racconta lei, Elisa Di Francisca, che non si nasconde, che non finge, che sa parlare chiaro. Questo argento è una storia che resta aperta, solo l'oro l'avrebbe chiusa. L'argento non basta. Non è un passepartout. Non è una chiave. Non è il metallo che ti salva, ti libera, ti porta a casa. Non segna un ritiro. «Lo avevo già deciso. Se stasera, dopo quattro anni, vinco ancora l'oro finisco qui. Smetto». Come una liberazione. Perché questo è quello che di solito non si dice. Questa vita pesa. E ci sono medaglie che sono un'ottima scusa per lasciarsela alle spalle, per ritrovare la quotidianità.

Per Arianna Errigo l'oro doveva essere una liberazione da quattro anni di recriminazioni, per quella finale persa a Londra proprio contro la compagna di camera, contro Elisa. E da allora è stata una rincorsa per arrivare fino a qui e riprendersi la stoccata vincente. È così che l'oro diventa l'ossessione che ti condanna. Arianna ha perso in fretta contro i suoi fantasmi. Saranno altri quattro anni di maledetta e cocciuta sfida contro la sorte. E da qui Tokyo 2020 per qualcuno può essere molto lontano.

Per Federica Pellegrini la via di fuga era il bronzo. Una bracciata in più, quei metri finali senza affondare, senza tutta quella fatica inattesa e improvvisa. Federica appena uscita dall'acqua aveva fatto capire: me ne vado comunque. Poi ci ha ripensato: come si fa a smettere in questo modo, da quarta, ai piedi del podio? Bisogna per forza trovare un altro finale.

Elisa Di Francisca ha perso l'uscita all'ultima stoccata. Ci ha provato con tutto quello che aveva, perché come dice lei: sono una leonessa, una che non si arrende. Che combatte. Contro qualche scelta dubbia dei giudici. Contro la concentrazione che andava e veniva. Contro il corpo di Inna Deriglazova. Ma soprattutto contro se stessa. «Contro i miei demoni, come ogni volta. Stanno lì che mi aspettano, appena metto piede in pedana e mi tocca sentirli urlare e io cerco di risolvere l'enigma, la soluzione per tenerli a bada. È sempre con loro che devo fare i conti. All'inizio ci sono riuscita, poi a un certo punto si sono presi la mia testa e sono sprofondata». È lì che è diventato tutto più difficile, con l'oro che ti pulsa nel cervello come un'ossessione e ti svuota, ti fa tremare il braccio. Ci vuole carattere per scacciarlo via. E per un attimo il corridoio si è aperto. Elisa Di Francisca ha ritrovato la speranza. È il terzo atto, quello della rimonta, i secondi che passano in fretta, la russa che si arrocca e sporca in tutti i modi la scherma di Elisa. Dodici a sette. Dodici a otto. Dodici a nove. Dodici a dieci. Dodici a undici. Ci siamo. L'oro è lì. Un bagliore che chiama. Dodici a undici. Il cronometro scala: sei, cinque. quattro, tre, due, uno. Di Francisca tenta l'ultimo affondo. Inna Deriglazova però non ha più corpo. È invisibile. È una sagoma senza più materia. È inafferrabile. Zero. È finita. Con l'oro se ne va via l'immagine di una vita normale. «Ho voglia di stare più spesso con il mio fidanzato, Ivan Villa, lui fa il produttore televisivo, io mi alleno continuamente, facciamo salti mortali per vederci, per stare insieme. Questo è un amore sano, che mi rassicura, non mi fa sentire sola. Da quando c'è lui ho vinto cinque medaglie. In passato ho vissuto un amore malato, geloso, che mi ha portata a interrompere per un periodo con la scherma. Questa volta è diverso. Questa volta sono io che penso al dopo, magari a una figlia. Ma non mi ritiro. Per smettere serviva l'oro».

Elisa Di Francisca adesso è già in Italia. Ha anticipato di un giorno il volo. Rio 2016 è archiviato. «Volete sapere la verità? Sono contenta di aver messo alle spalle queste cavolo di olimpiadi». C'è vita dopo i cinque cerchi.