Eroica Sara, regina d'astuzia. E la Jankovic finisce in tilt

La Errani in finale a Roma, prima vera italiana a riuscirci. Adegua il gioco al suo servizio debole e la serba va fuori giri

Nel 1931 Lucia Valerio faceva la storia del tennis vincendo gli Internazionali d'Italia, ma si giocavano a Milano. Nel 1950 - mentre il mondo trasecolava per le mutandine di pizzo mostrate dalla prima tennista in gonnella, ovvero Gussie Moran - a Roma trionfava la signora Bossi, che però in realtà si chiamava Annelies Ullstein, era di Dresda e aveva passaporto italiano per meriti di matrimonio. Nel 1985 quando Raffaella Reggi alzava il trofeo, si era a Taranto e gli Internazionali avevano perso molta nobiltà. Questo per dire che Sara Errani, anche se alla fine non vincerà il torneo, ha già fatto una cosa grande: è un'italiana in finale a Roma. E soprattutto lo è con quel servizio un po' così.

In pratica, come osservava ieri un collega in tribuna stampa, la nostra eroina ha utilizzato per il suo colpo davvero debole una tattica micidiale: lo ha peggiorato per migliorarlo. Lo ha fatto coscientemente con il suo tecnico Pablo Lozano a inizio settimana, cambiando il movimento e partendo con la racchetta già appoggiata sulla spalla: «Lo so che è brutto, ma mi dà più spinta così e soprattutto più sicurezza». Brutto sì, così tanto da rendere matte le avversarie, che si trovano a restituire delle insidiose pallette senza peso e senza velocità e non sanno bene cosa farne. E tanto senza velocità che a un certo punto perfino il rilevatore automatico è andato troppo sotto il limite per riuscire a segnare qualcosa. Si capisce dunque perché Jelena Jankovic abbia incominciato a sbagliare, tradita da un ego troppo esagerato per adattarsi all'incertezza. Cioè, insomma, Sara - con quel servizio un po' così - ha utilizzato la sua arma migliore: l'intelligenza. Ed è successo subito all'inizio, in vantaggio 1-0 e 0-40 sul servizio della rivale, quando l'altra ha cominciato a spazzolare le righe centrando nove punti dei seguenti dieci per arrivare al 2-1. Ecco, lì Sara ha chiesto di parlare con il suo coach (nel circuito femminile si può) e la tattica è cambiata: pallette infide, passanti gloriosi, avversaria in panne. Intelligenza pura.

Alla fine dunque sarà vittoria, campo Centrale pienissimo e impazzito, e lei che di corsa è andata a cambiarsi per giocare la semifinale di doppio con l'amica Roberta Vinci, specialità nella quale sono le numero uno e nella quale Sara raddoppierà oggi la finale. Sempre con quel servizio un po' così, che la Jankovic proprio non ha capito («Lei ha giocato meglio, ma io avrei dovuto rispondere in un altro modo alle sue seconde palle») e che la Errani ha usato come arma che non t'aspetti: «Ho dovuto adattare la situazione al vento che andava e veniva e sono stata brava io a chiudere i punti. La Jankovic lascia spazi e io mi ci sono infilata. La finale qui è quasi meglio di quella di Parigi: lì ci arrivai al termine di un paio di settimane incredibili, ma a Roma è tutto più speciale, c'è un entusiasmo talmente pazzesco che si fa fatica a stare concentrati in campo. Ho avuto i brividi...».

Adesso manca l'ultimo gradino, praticamente una montagna, «perché se fosse Serena, ci posso solo provare: se lei è al cento per cento vincere è impossibile, ma se avvesse delle piccole difficoltà potrei approfittare del fatto che la terra rossa mi aiuta un pochino. E purtroppo è una superficie sulla quale noi donne alla fine giochiamo sì e no un mese». Sarà la Williams, infatti, che poi ha battuto la Ivanovic e si appresta - dicono i bookmakers - a fare il tris a Roma. Pablo Lozano però dice che la Errani è una che non molla mai: «Quando c'è una difficoltà, lei riesce sempre a superarla». E Sara sorride perché che in fondo, «quando uno è in campo, ci deve provare», con un servizio un po' così e la possibilità di imitare Lucia Valerio, tra l'altro la prima donna a battere la pallina dall'alto. Probabilmente, era più o meno alla stessa velocità.