Eusebio, la pantera nera che diventò re del Portogallo

Fuggì dalle colonie africane e incantò l'Europa con il grande Benfica. Ai Mondiali del '66 eliminò il Brasile, segnò 9 gol e nacque la leggenda

Domingos Claudinho era un dirigente del Benfica. Di notte aveva deciso di coricarsi nel letto della stanza di un albergo dell'Algarve, tenendo legato il proprio alluce del piede sinistro al destro del suo vicino di letto, Ruth Malosso, di anni diciotto, un ragazzo nero sbarcato a Lisbona, fuggitivo dal quartiere di Mafalala, a Maputo, nell'Africa orientale portoghese, poi Mozambico. Ruth Malosso all'anagrafe faceva Eusebio da Silva Ferreira, quelli del Benfica lo tenevano nascosto al resto del circo portoghese che aveva adocchiato quella pantera capace di colpi fenomenali. Ho scritto pantera perché l'immagine appartiene al giornalista inglese David Hackett che ne restò stordito al mondiale del '66. La pantera nera per cinque mesi si allenò di nascosto restando all'Algarve, alla sua prima amichevole si presentò con quattro gol. Il Benfica aveva raggiunto l'accordo con la madre del fuggitivo, donna Elisa Arissabeni, rimasta vedova dopo la morte, per tetano, di Laurindo Antonio. Eusebio aveva otto anni e la madre si caricò quel fagotto e il suo futuro. Duecentocinquantamila escudos fu la cifra che accontentò Elisa la quale mise nella tasca dei pantaloni del figlio una lettera: «Porta questa a Mario e lui capirà». Mario era Coluna, un altro fenomeno partito da Maputo verso il Portogallo e qui già padrone in campo del Benfica allenato dall'ungherese Bela Guttmann, il tattico del Padova e del Milan.

Coluna prese in affido Ruth Malosso, dopo un anno Eusebio presentò le sue credenziali: eleganza fantastica nella corsa, tecnica di seta, destro micidiale. Prese a segnare gol, uno, due, tre per partita, i compagni, già illustri, Costa Pereira, Cavem, Germano, decisero di chiamarlo "abono de familla", assegno famigliare, grazie ai premi che aumentavano di vittoria in vittoria. Quando affrontò i maestri del Real Madrid nella finale della coppa dei Campioni, ad Amsterdam, la sera del due di giugno del Sessantadue, Eusebio aveva vent'anni. Ferenc Puskas, detto il colonnello, segnò due gol che avrebbero steso chiunque, i portoghesi raggiungero il pari con Aguas e Cavem, poi il magiaro scappato da Budapest invasa dai sovietici, riportò in vantaggio le merengues e Mario Coluna, il tutore, pareggiò.

A quel punto l'Europa conobbe Ruth Malosso. Eusebio realizzò due gol in quattro minuti, il primo su rigore («calcio io» disse a Coluna che gli sussurrò «te la senti davvero?»), il secondo con un tiro, allora si diceva staffilata, da venticinque metri. Fu il trionfo e l'inizio di una carriera unica: 638 gol in 614 partite con la maglietta del Benfica, undici campionati vinti, una coppa dei Campioni, due volte miglior cannoniere d'Europa, con 43 gol nel '68 e 40 nel '73. Gianni Agnelli provò a portarlo alla Juventus, lo stipendio offerto al ragazzo era da far perdere la testa a lui e a donna Elisa, l'affare era concluso tra i club ma Salazar bloccò la cessione del calciatore: per il dittatore portoghese, Eusebio rappresentava l'idolo per tenere a bada la folla.

Ci provò anche l'Inter, Italo Allodi lo portò da Angelo Moratti, contratto triennale firmato ma Artemio Franchi, duce massimo del nostro calcio, decise di chiudere le frontiere dopo la figuraccia mondiale con i coreani. Fu proprio la nazionale della Corea del Nord a far capire al mondo chi fosse Eusebio. Dopo aver eliminato gli azzurri, i coreani affrontarono il Portogallo con un piglio eroico, Pak Doo Ik, che aveva segnato il gol della nostra disfatta, aprì la festa e dopo ventiquattro minuti i coreani si ritrovarono in vantaggio di 3 gol. Eusebio raccolse il pallone in fondo alla rete di Costa Pereira, lo portò sul dischetto di centrocampo e si scatenò: quattro gol, prima della ciliegia finale di Josè Augusto. Nacque così "the black panther", una leggenda che non si è conclusa alle tre e mezzo di una notte di gennaio, per un colpo al cuore. Cavaço Silva, presidente del Portogallo, ha annunciato tre giorni di lutto nazionale. Il funerale verrà celebrato allo stadio de la Luz. Una luce si è spenta ma la storia di Eusebio da Silva Ferreira resta legata a una corda, nessuno potrà portarla via, come in quella stanza dell'hotel dell'Algarve.