Federer, il campione eterno che trasforma l'"io" in "noi"

"Grazie famiglia". Bastano due parole per raccontare Roger Federer e quello che rappresenta per milioni di persone nel mondo. Non è solo per come gioca a tennis, non è soltanto per tutto quello che ha fatto in una carriera che definire straordinaria è quasi diminutivo. Roger Federer è tutti noi, per quel modo di essere che lo mette dall'altra parte di un mondo che non accetta più il chiasso esagerato di chi pensa che nella vita ci si debba imporre urlando. Una tendenza ormai sempre più in voga per la quale l'umiltà, il pudore, la discrezione, sono diventati delle debolezze. Più che mai dei difetti. Ed è per questo che Roger, per chi è da questa parte della barricata, è diventato un amico. E non appunto per come gioca a tennis, ma per come porta il tennis ad esempio. Non è un caso insomma che a Wimbledon, vestito di bianco, il suo io diventi un noi: non c'era nessuno ieri che non si è commosso vedendo quella doppia coppia di gemelli applaudire un papà così ammirato, nessuno che non abbia spinto il Campione Eterno verso la sua ennesima impresa. Perfino Cilic, lo sconfitto, ha dimostrato di essere un uomo prima che un tennista, e forse questa non poteva essere la cosa più bella per incorniciare il giorno in cui Federer ci ha fatto vincere di nuovo. Già, perché Roger vince per noi. E possiamo solo sottoscrivere quando racconta che «se credi di andare lontano nella vita, alla fine ci arrivi». È arrivato, dunque, ancora una volta. Ha vinto, ancora una volta. Dicendo che «comunque la cosa più importante per me è essere un buon padre e un buon marito». Una famiglia. La nostra. MLomb