Fenomeni condannati a vincere l'oro

nostro inviato a Londra
Sembrano piccoli, però sono grandi. Giganti, ma non gigantoni che non ti fanno vedere il tetto del cielo. Gli manca il secondo tetto e sanno che dovranno arrangiarsi. Condannati a vincere, ma quello è il segno distintivo dei cannibali di ogni Olimpiade. Qui abbiamo grandi totem: Michael Phelps, Usain Bolt, Roger Federer e quelli che tutti chiameranno Dream team anche se l'originale risale al 1992, Giochi olimpici di Barcellona. Le meraviglie del basket Nba si sono tuffate nella folla del villaggio londinese. LeBron James e Carmelo Anthony, Kobe Bryant e Kevin Durant sono inseguiti dall'eterno paragone: siete come il Dream team? Siete meglio del Dream team?
Non bastano risposte troppo sbrigative. Bryant, che nulla ha perso del suo pizzico d'italianità, se la cava con sorrisi e battute. «Quello era uno squadrone, io nel '92 un ragazzo. Erano fantastici. Un po' più forti di noi, ma perché non avremmo potuto batterli? Loro erano leggende, noi speriamo di esserlo».
La squadra americana è un concentrato di sport appeal e di sport surreal. Grandi e famosi, parlano con i giornalisti come fossero tra amici, raccontano di loro non nascondendo la grandezza. LeBron dice: «Da quando gioco mi porto dietro l'etichetta di quello condannato a vincere. L'oro di Pechino mi ha tolto la scimmia dalla spalla, il titolo Nba ha risolto il problema, anche se non nego di avere un po' sofferto la pressione». Kobe ha tanto e di tutto per la testa. Gode e non pensa alle sofferenze di un naufragio. L'Olimpiade è quello ma non solo quello. Ti spiega le sue passioni, la voglia di gustarsi le finali. Elenca sport e gare che andrà a vedere: nuoto e arco, pesi e ginnastica. Conclude: «Peccato per il pallone, giocano troppo lontano. È la mia passione».
Ieri quelli dell'Usa e vinci si sono presentati tutti alla sfilata della cerimonia. Vacanzieri? Macché! Lo racconta Mike D'Antoni, anche stavolta assistente olimpico, seduto accanto al sessantacinquenne santone Mike Krzyzewski, l'uomo che reclutò Kobe alla Duke University. «Chi può permettersi di avere in squadra due tipi come Kobe e LeBron? Non siamo molto alti, ma saremo veloci. Se molliamo sulla velocità rischiamo. Non possiamo permetterci di perdere il titolo: sarebbe un disastro». Racconta che questi giocano davvero da team. Tante primedonne ma uniti nella fede, che poi è quella che domina la storia dello Sport statunitense: vincere. Gli americani credono molto più di noi allo sport di squadra, conoscono il senso del collettivo eppure le stelle brillano ugualmente di luce propria. «Qui vogliono solo vincere e nessuno pensa al minutaggio o ai punti. Vogliono conquistare l'oro».
È un karma. Li hanno allevati, cresciuti e indottrinati così. Kobe si giocherà l'ultima Olimpiade. Ma a chi gli chiede quanto gli piacerebbe un regalo particolare. Per dire: l'ultimo punto della finale. Lui risponde con serafica insensibilità alla bontà dell'intervistatore: «Il mio regalo è l'oro». E senza fraintendere cosa significhi oro per questi miliardari. LeBron è capace di comparsi tre Ferrari, una per sé, una per la mamma e una per sfizio, senza batter ciglio. Ma l'oro è quello olimpico.
Attenti alla Spagna, facile dirlo. Fu l'unica formazione a metterli in difficoltà nella finale di Pechino. In compenso il bronzo dei giochi di Atene resta un ricordo pesante e per loro doloroso. Guai a riprovarci. Qualche stella è rimasta a casa, ma i rimpiazzi farebbero volare qualunque altra squadra. Anche stavolta un argento sarebbe un fallimento. E attenti alle spalle. Si, al basket Usa al femminile. «Squadra fortissima» ammicca Mike. E non lo dice per galanteria. Può essere che il Dream team rischi la brutta figura al confronto delle ragazze? Sarebbe peggio che buttare una medaglia. Questi si portano dietro il fascino dell'oro di Pechino, arrivano da cinque successi nelle ultime partite. «Oggi siamo più squadra rispetto a quattro anni fa»,sostiene Kobe.
La Spagna sarà il contraltare, ma il passato insegna che c'è sempre qualche trappola seminata sul parquet. Partenza domani all'ora di pranzo, contro la Francia. Poi un girone con Argentina, Tunisia, Russia e Lituania.
Via al paragone impossibile. C'è una leggenda da inseguire, c'è una leggenda da conquistare. Questa è l'America.