Con le follie cinesi il pallone raccoglie ciò che ha seminato

Il calcio sogna la superleague? Avrà la superleague supermilionaria. Il calcio vuole il mondiale a 48? E il mondiale a 48 è stato votato all'unanimità, per soldi e per voti. Il calcio esige miliardi per i diritti televisivi? E i miliardi arrivano, ogni anno di più.

E' soltanto una questione di denari, come è giusto che sia in un mondo di professionisti. Perché dunque meravigliarsi degli investitori cinesi che stanno stravolgendo regole e contratti del calcio occidentale? Perché strillare contro i mercanti entrati nel tempio quando siamo stati per un secolo noi i protagonisti della tratta degli schiavi, si fa per dire, da ogni dove? Ma c'è un nuovo fenomeno che sta sfuggendo di mano a molti e, soprattutto, ai club. I contratti che legano un calciatore alla propria società sono ormai diventati carta straccia. Diego Costa e Payet sono gli ultimi esempi. Lo spagnolo ha ricevuto da un club cinese un'offerta di stipendio cinque volte superiore a quella attualmente garantitagli dal Chelsea. Il francese, che ha sottoscritto un contratto di cinque anni con il West Ham, ha deciso di tornare a Marsiglia là dove il nuovo padrone americano gli ha proposto un salario strepitoso, più alto di quello della squadra di Bilic. Non c'è nulla da fare, Pellé o Tevez, Oscar o Witsel, Gervinho o Lavezzi per la Cina, ma Pogba o Ibrahimovic o De Bruyne, per la Premier League, là dove anche gli allenatori si muovono sentendo il peso del portafoglio che viene messo loro sulla scrivania, così Mourinho o Guardiola e lo stesso Antonio Conte che non capisce, non accetta il fenomeno cinese ma ha lasciato l'Italia per motivi analoghi.

Non c'è nulla da fare, il calcio sta raccogliendo quello che ha seminato, comprese le sostanze tossiche che hanno elevato in modo anormale le cifre di acquisto e di stipendio dei suoi attori, calciatori e allenatori e, addirittura, nell'ultima fase, anche dei dirigenti. La bolla cinese (l'inflazione del Paese è al 3 per cento) potrebbe esplodere, la Fifa dovrebbe mutuare dall'Uefa il financial fair play ma la diplomazia e i rapporti politici frenano la trasparenza, il denaro, di qualunque tipo e provenienza, vince la partita. Il football italiano si vestì da sceicco negli anni Ottanta, oggi viaggia tra prestiti e comode rate, con i debiti che vengono mascherati dal maquillage contabile. Le voci di mercato riferiscono di un'offerta da 100 e più milioni per Dybala, il doppio se non il triplo per Messi. Chi può fermare il loro destino? Andrea Agnelli? Josep Bartomeu? O piuttosto Mendes, Raiola, Joorabchian e tutte le altre figure del gruppo agenti?

Il calcio ha troppo approfittato di se stesso, ha giocato con il mercato, ha venduto chiunque e, oggi, si ritrova nudo, spogliato dalle richieste di nuovi compratori e dai diritti dei calciatori, liberati da Bosman ma in piena anarchia contrattuale. Quella che fu una conquistata sindacale è stata una sconfitta politica. Chi pensa ancora al principio di lealtà può ritenersi uno stupido, un ingenuo. Chi accusa Diego Costa di essere un traditore dovrebbe ritenere che anche l'Atletico di Madrid tradì Costa vendendolo al Chelsea? E così nell'eventualità di Dybala o, come è stato, di Higuain, di Donnarumma o di Icardi, per restare ai casi nostri.

Il circo Barnum ha tolto le tende dopo 146 anni di storia. Il circo del calcio ha appena incominciato il suo nuovo spettacolo. Forse l'ultimo.