È la Formula Hamilton Da Vettel ad Alonso, tutti sono comprimari

Lewis vince, organizza l'omaggio a Fernando che lascia e si spoglia sul podio. È lui il padrone

di Benny Casadei Lucchi

Mai la formula uno era stata così formula uno. Nel senso di uno il numero e uno lo sport sempre più identificati in una persona sola: Lewis Hamilton, ieri ad Abu Dhabi di nuovo primo per l'11ª volta quest'anno, la 74ª in carriera, la 51ª nei 100 Gp dell'era ibrida. La verità, ora che si è giunti ai bilanci, è che quest'anno non c'è stato spazio per la Ferrari che tutti i piloti vorrebbero correre per lei, anche se a pensarci solo un attimo ci si accorge che mica è così vero; non c'è stato spazio per Sebastiano Vettel, ieri secondo, e tanto umano e tormentato da sembrare come noi pincopalla della vita; non c'è stato spazio quest'anno per Verstappen, ieri terzo, che, sì, rappresenterà il futuro della F1, ma finché questa sarà solo formula Hamilton per lui resterà pochino lo spazio, giusto una manciata di sorpassi, giusto qualche vittoria di percorso, tanto più l'anno prossimo con la Red Bull motorizzata Honda. Al cospetto di Hamilton, quest'anno, non c'è stato spazio neppure per la Mercedes che, diamine, lo porta felicemente a zonzo per il mondiale da oltre dieci anni, visto che la McLaren era spinta dai propulsori tedeschi, e visto che l'inglese ha conquistato quattro dei cinque titoli proprio con il team über alles. E non è un dettaglio che adesso, di fronte alla formula Hamilton, anch'essi si sentano meno über e un po' rimpiangano il titolo tutto germanico vinto due anni fa con Nico Rosberg perché oggi si dice merito di Lewis e allora si diceva merito della macchina. Una formula Hamilton talmente Hamilton che è toccato a lui metterci una pezza per tutto il week end arabo, tessendo le lodi della monoposto.

Mai nella storia di questo sport la formula uno era stata così uno: non era accaduto con Fangio, non era successo con Clark, Stewart e Lauda e Prost e Senna e nemmeno con Schumi era accaduto. E non per assoluta grandezza di Lewis, che grande lo è ma non più dei nomi appena accennati, bensì per assoluta mancanza di veri rivali. Prendiamo ieri, gara dominata, traguardo, giro di rientro e l'intuizione di celebrare come si deve Alonso, l'unico al suo livello, giunto all'ultimo Gp doppiato e 11°: per cui ecco lui da una parte, Seb dall'altra, entrambi a scortare il grande rivale che lascia e poi fumo e nebbia e loro tre insieme, totale di undici titoli mondiali, a disegnare donuts davanti alle tribune. Idea sua la parata, figlia dell'istinto, del carisma, ma anche dell'assenza totale di altri propositivi quanto lui. L'unico che negli anni avrebbe potuto esserlo, Fernando, Lewis se l'era mangiato oltre 10 anni fa, da esordiente in McLaren, con lo spagnolo appena arrivato ricco di due titoli portati in dote e però subito costretto a inseguire il ragazzino.

La formula uno mai così uno va in letargo con il quinto titolo di Lewis, con il secondo addio alla Ferrari di Raikkonen, con il primo addio di Alonso alla F1 e il primo streap tease sul podio. Ovviamente ancora di Hamilton. Per lui è stato un attimo passare dagli inni ai brindisi a via la tuta, festeggiando a torso nudo, di spalle, con le mani dietro a indicare la grande croce tatuata sulla schiena. Da dio delle piste che ringrazia il dio dei motori.