Fossati scriveva per immagini: trasformò lo sport in cinema

Di umili origini, amava raccontare la fatica dei poveri

L'artigiano non si è mai separato dal giornalista, dallo scrittore, dallo storico, dall'uomo che amava i suoi protagonisti. Se ne sarebbe accorto chiunque, bastava leggerlo. E se talvolta lo pensavi cantore, dovevi rallegrarti: certi personaggi e ambienti, si parli di ciclismo o di boxe, di ippica o anche di pallone, non sono terreno per ogni penna. Non ci volevano zucchero e orpelli, ma piacere del racconto, narrazione che ti porta dentro l'avvenimento come fossi sulla salita o nel ring. Stile asciutto che ti proteggeva dalla noia.

Mario Fossati ci ha trascinato sempre, con lui e dietro di lui. Ci ha detto che «Le maglie di seta disegnavano le costole». «C'era chi pedalava con gli avambracci non più con le gambe». Che «Il pulviscolo, in perenne sospensione degli stadi al coperto, si rapprendeva alle palpebre dei pistard, le ricuciva come un filo nero». Che «Il cielo palpitava di nubi grigie». «Brest, un pollice di cemento». «Il gruppone inghiottiva asfalto a fazzoletti, a lenzuoli». Ci ha parlato del train bleu delle «Sei giorni», dei suiveurs e dei soigneurs, dei grandi sixdaymen (seigiornisti), dei black legs (gambe nere come li chiamava Koblet), della boite de nuit, della pista e della pelouse.

Amava il ciclismo, l'ippica, ma anche la boxe, l'atletica,il calcio. Raccontava la fatica dei poveri e bastava leggerlo per sentirsi al cinema. Quello sguardo, talvolta tendente al torvo, era una maschera: intonava brontolii come fossero aria per respirare, ma era ruvido e generoso. Lo vedevi sul corso Sempione di Milano, nelle vicinanze di casa, poco lontano dalla sede della RaiTv, vestito di un loden verde che sembrava un'armatura di battaglia. Anche il modo di vestire focalizzava un credo, un modo di essere e scrivere. Poi ricompariva: magari in uno stadio o all'ippodromo di San Siro. Oppure attorno ad un ring perché lo attraevano storie e fatti di questi uomini difficili, magari poveracci, campioni di un popolo che non faceva distinguo di classe. Diceva che ciclismo e boxe erano «sport di poveri e per poveri». In aggiunta l'ippica «rendeva poveri».

L'occhio di un ragazzino-lettore non poteva dimenticare i tratti: quel ciuffo un po' così, storto, la faccia che pareva allargarsi come una pera, lo sguardo dritto ma un po' di sbieco, nella posa che si rassomigliava ad un pugile nell'atteggiamento difensivo: sempre di profilo per meglio evitare il colpo dell'avversario. Un cavaliere della penna è quello che ti appare, non sempre quello che è. Dici Gianni Brera e pensi alla loro amicizia, che ha portato Fossati alla Gazzetta dello sport. Poi si sono ritrovati a Il Giorno, tra un fantastico gruppo di scrittori e giornalisti, infine a La Repubblica dove ha passato gli ultimi 30 anni professionali. Un altro grande giornalista, Gianni Mura, lo ha identificato in due colpi di pennello: «È stato il cinema neorealista contro i telefoni bianchi. Ungaretti che invadeva il campo di D'Annunzio».

Fossati era un conoscitore dell'animo dell'uomo e dei campioni, stava dalla parte dell'atleta, creava feeling e ne raccontava momenti e stati d'animo per diretta conoscenza. Fiero della sua povertà, ne aveva acchiappato l'essenza positiva per trasferirla nei racconti di sport, che diventavano arte: attraente, mai respingente. Brera, che amava gli appellativi, lo chiamava «Marion» ma anche «Generale». Non è detto ci abbia preso, visto che l'amico suo mai aveva amato ufficiali e decorati. Ricordi di guerra che lo riportavano all'odissea dell'Armir, la pelle salvata a malapena durante la ritirata dalla sacca del Don a 40 sotto zero, quando anche la famiglia lo aveva dato per disperso.

Coppiano convinto, Fossati scriveva di Varenne, Peppino Meazza, Ottavio Missoni e dell'alpinista Walter Bonatti con altrettanta conoscenza e amor di racconto. Aveva occhi azzurri che esemplificavano un'aria limpida, capì che lo sport avrebbe aiutato l'Italia a rialzarsi dalle macerie della guerra. Timbrato Pci per tutta la vita. «Non è ancora nato il prete dal quale Fossati accetterà di confessarsi», ironizzò Gino Bartali. Non smise mai di avere, nella mazzetta dei giornali, L'Unità insieme a La Repubblica e alla Gazzetta. Chissà come ci sarebbe rimasto male oggi, vedendo quel giornale accartocciato nel cestino dei fallimenti. Un suo giovane collega, Enrico Currò, lo ha raccontato in una tesi di laurea. Ed è forse vero che Fossati, più di Brera e tanti altri scrittori e giornalisti, ci ha trascinati nella bellezza dello sport e del mestiere di chi scrive di sport.

(7. Continua)