Frossi, il dottor sottile dai gol alla tribuna stampa

Precursore dei calciatori diventati opinionisti teorizzò che la partita perfetta dovesse finire 0-0

Continua il nostro viaggio tra i maestri del giornalismo italiano che hanno scritto le pagine più belle dello sport. Visti da vicino attraverso i ricordi personali di chi li ha avuti come modelli, punti di riferimento, oppure compagni di trasferte o di redazione.

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Annibale correva veloce sull'ala e dribblava e segnava gol, non uno, non due, ma sette in quattro partite. La sera prima aveva danzato con Jesse Owens, insieme con gli altri azzurri. Lo ha raccontato Vittorio Pozzo che era il commissario tecnico della nazionale italiana ai Giochi di Berlino del '36: «In quei cinque giorni di attesa, fra la semifinale e la finale, ad aiutarci fu Jesse Owens. Sì, proprio lui, il negro che aveva vinto o stava vincendo i 100 metri, i 200, il salto in lungo, la staffetta 4 per 100. Abitava nel villaggio olimpico in un'altra casetta, a due passi da noi. Veniva a visitarci, dopo cena, con una chitarra ed una fisarmonica. E suonava, e ballava la danza del ventre. Gli piaceva la nostra compagnia, perché diceva che gli italiani ridevano sempre, e così rumorosamente».

Annibale Frossi fu l'eroe di quell'Olimpiade che consacrò alla storia e alla leggenda il negro Jesse Owens e la sua velocità, la sua agilità, la sua potenza nel salto. Frossi era ugualmente agile e veloce, nel dribbling, nel tiro. Non l'avresti mai detto: portava gli occhiali, tenuti con un elastico dietro la nuca, in allenamento e in campo, lenti da vista, con vetri infrangibili che lo stesso Pozzo gli aveva procurato per correggere la miopia. Laureato in giurisprudenza, aveva un'aria dottorale, attributo che si portò appresso quando intraprese la carriera di allenatore (Dottor Sottile), direi per caso come per caso aveva incominciato la carriera di calciatore. Sua madre lo fece riportare a casa dai carabinieri mentre il furlàn di Muzzano del Turgnano, terra di funghi, tartufi e di lotte di popolo tra braccianti e disoccupati, negli anni Cinquanta, il friulano liceale, dunque, aveva preso il torpedone per andare a giocare con il Padova, senza informare i genitori. Per caso venne tirato giù dalla motonave Saturnia, in partenza dal porto di Napoli per Massaua. Era l'autunno del '35 e, come scrisse Silvano Tauceri sulle pagine di questo giornale ricordando Frossi nel giorno della sua scomparsa, fu il vicesegretario del partito fascista, l'onorevole Adelchi Serena, che ordinò al caporal maggiore Frossi Annibale di lasciare il moschetto con un breve discorso: «Voi non conquisterete l'impero ma porterete la mia squadra, l'Aquila, in serie A». Frossi non partì per la guerra d'Africa, giocò 34 partite e l'Aquila si piazzò ottava nel campionato di serie B: né impero, né promozione.

La sua avventura nel calcio fu gloriosa, due scudetti e cuna coppa Italia con l'Ambrosiana Inter e soprattutto l'oro di Berlino. Abbandonato il football si era impiegato all'Alfa Romeo come capo servizio dei fornitori della fabbrica automobilistica. Ma uno dei dirigenti dell'Alfa, tifosissimo di football, gli chiese di dargli una mano a sollevare le sorti del Luino, per due anni: il Dottore tentò l'impresa poi passò a pratiche più illustri. Ma il periodo più bello, dopo il campo e la panchina, fu quello del giornalismo. Prima al Corriere e quindi al Giornale Nuovo. Qui posso ricordare le sue orazioni sul gioco, recitava in redazione, gonfiando il petto, sempre tenendo gli occhiali sul naso e spiegando che era sciocco pensare che se una squadra disponesse di un centravanti da dieci gol ,affiancandogli altri quattro centravanti il totale delle reti sarebbe stato 50. Sembrava banale ma era la filosofia spicciola di un personaggio unico e affascinante per la sua storia improbabile. Frossi, d'accordo con Brera, riteneva che il risultato ideale di un incontro di football fosse lo zero a zero, perché significava che le due compagini si erano espresse al meglio nel loro disegno tattico.

Lungo un viaggio, in treno da Milano a Roma, insieme con Gianni Brera, mancò poco che scoppiasse una rissa con il personale ferroviario. Eravamo nel vagone ristorante, Brera fece cambiare tre volte la bottiglia di vino dicendo che il cameriere versasse scuotendo troppo quel rosso fermo. Ora immaginate il dondolio e lo sferragliare del convoglio e immaginate la reazione del cameriere ondeggiante tra una galleria e l'altra. Non bastò: Frossi osservava un dieta rigida, chiese un riso in bianco, pensando di essere al tavolo di un ristorante e non di un vagone ferroviario. Non c'era lo chef ma udii in lontananza imprecazioni varie, tra santi e affini, mentre Annibale, ergendosi a eroe di Berlino, con la voce stridula, precedeva e concludeva ogni frase con un «Ostia!», esclamazione veneta e giuliana dei suoi trascorsi tra Padova e Trieste. Il riso non arrivò mai, la bottiglia di vino venne infine stappata.

Una leggenda, spesso raccontata in redazione, diceva che Annibale Frossi, ai tempi della sua carriera di calciatore, venne omaggiato con lire mille da un suo compagno di squadra. Frossi, stupito, domandò il motivo di quei soldi: «Sono per il pareggio di domenica scorsa». Lo avevano messo in mezzo alla combine, a sua insaputa. Lo raccontò lui stesso, in redazione e, durante l'illustrazione del fatto, Annibale, con le lenti appannate, esclamò, con voce più stridula di mai: «Ostia!»

(17. Continua)