Ma il futuro di Conte è lontano dall'Italia

Chi, dopo Conte? La domanda è puntale, quasi scontata dal primo giorno in cui l'allenatore ha accettato l'offerta delle federcalcio. Conte è uomo di campo, ama il lavoro vero, l'allenamento che porta a stremare i suoi calciatori per averli sempre in tensione, a soffrire in quelle due ore che li vedono lavorare (chiedo scusa ai lavoratori) tra campo e palestra. Antonio Conte ha voglia di tornare ad allenare ogni giorno, di insegnare e imparare, di formare un gruppo, di esigere la massima disponibilità anche ribaltando abitudini e consuetudini, cambiando, ad esempio, l'orario degli allenamenti di giorno in giorno: «Così non fanno i furbi per andarsene altrove, tra sponsor e impegni personali». Ma fino al dieci di luglio, nella migliore delle ipotesi è questa la data della finale del campionato europeo in Francia, resterà al suo posto, pronto a rispettare il contratto scritto ma d'onore con la maglia azzurra più che con la federcalcio. Poi avrà altro, la panchina di un club, possibilmente non italiano, probabilmente britannico perché in quella terra lo stesso Conte ritiene ci siano le premesse per un lavoro intenso, con la giusta filosofia e applicazione, condivisa dal pubblico, senza lo stress e l'ossessione quotidiana del nostro football.Che cosa potrebbe convincere Antonio Conte a cambiare idea e dunque progetto di carriera? Un trionfo all'europeo, con la prospettiva di andare verso il mondiale in Russia con un titolo e con una squadra stimolata ai massimi. Questo, per il momento, è fantacalcio, l'Italia presenta promesse ma non premesse, vive di alcuni equivoci, tecnici su tutti e Conte sa benissimo che l'europeo rappresenterà la chiave di lettura del suo lavoro. E' comunque riuscito a dare una identità al gruppo, gli azzurri si riconoscono nel gioco, come era accaduto con la Juventus dei tre scudetti consecutivi, non uno squadrone ma una compagnia caratterizzata dal suo allenatore. Questo è Antonio Conte, al di là delle voci maligne, delle accuse, delle condanne, delle insinuazioni che lo stanno accompagnando da tempo. Dovrebbe forse correggere alcuni comportamenti a bordo campo, renderli meno esplosivi e plateali anche se oggi il gruppo di allenattori è folto: da Mourinho a Van Gaal, da Emery a Klopp, da Sarri a Simeone, da Guardiola a Luis Enrique,inquadrati dalle telecamere nel loro moto perpetuo, ridicolo e infantile.Conte vive da separato in casa con il calcio italiano, non ne condivide i sistemi, l'organizzazione, l'applicazione, esige professionalità massima. Ma i club iaggiano su binari diversi e Conte vorrebbe essere l'unico manovratore, cosa che non gli è consentita, come non era permessa ai suoi predecessori. Con una differenza: che Conte sta facendo i conti con una penuria tecnica storica, un minimo numero di italiani disponibili, un settore giovanile che non produce più. Non è una scusa per fuggire, è la risposta a chi pensa che l'Italia, tutta di italiani, possa ottenere quello che i club pieni di stranieri non riescono nemmeno a sfiorare.