Gai: «La mia carriera rovinata dal cognome»

Ci sono nomi che possono segnare un'esistenza, soprattutto quelli che trovano ospitalità in qualsiasi lingua per via del loro significato universale. L'esistenza di Oleksiy Gay (nel tondo), maratoneta di centrocampo dello Shakhtar Donetsk che affronterà questa sera la Juventus alla Donbass Arena, è stata marchiata a fuoco dal cognome. Appena tre lettere per sconvolgere tutto, condizionare scelte, nel tentativo di scrollarsi di dosso battute, luoghi comuni e persino insulti gratuiti. «Ci tengo a precisare che non c'è in me alcuna forma di ostilità verso gli omosessuali. Purtroppo il cognome ha finito per rovinare buona parte della mia carriera». Fino al punto dal vedersi costretto a sostituire la «y» con una più rassicurante «i» all'ufficio anagrafe. Oggi è Oleksiy Gai, uno dei fedelissimi della squadra di Lucescu, oltre 150 gare ufficiali in campionato e 29 nella nazionale ucraina. «C'è un dopo la visita all'ufficio anagrafe - racconta - ma purtroppo c'è anche un prima, difficile e doloroso». Oleksiy è originario di Zaporizhia, città a 400 chilometri da Kiev. Il calcio è nelle sue corde, ma quando si deve arrivare al dunque i principali club si tirano indietro. «Se fallisci quel cognome diventerà la tua tomba professionale, mi dicevano». Oleksiy era riuscito a trovare un ingaggio nel piccolo Illichivets Mariupol, ma la svolta in carriera è arrivata senza la «y». «Forse è un po' tardi. Sognavo di giocare all'estero, ma credo che a trent'anni rimarrà un sogno. Vorrà dire che mi toglierò soddisfazioni importanti con lo Shakhtar».