Gamba: «Ecco perché Milano ci ama»

«Dalla Borletti all'Armani di oggi, questa squadra ha sempre saputo lottare»

Milano Per le antiche scale accompagnati da Sandro Gamba che in questa Olimpia è stato grande giocatore, 10 scudetti che valgono una Stella personale, come il nome di sua moglie, aveva esordito come juniores nel Natale del 1951, poi l'uomo del fosforo, il vero allenatore in pectore nel regno di Rubini. Lui ci accompagna fra la sua casa di via Washington e il Moto Club, il centro dopo via Pirandello, dove iniziò a giocare, dove inizia la vera storia. Ha dato tutto quello che aveva e sapeva alla società che gli ha negato la panchina perché in povertà lo lasciò andare a raccogliere gloria nella nemica Varese e poi in Nazionale. Per lo Spartaco di via Washington che fra poco compirà 84 anni quella maglia, questa società sono stati tutto.«Molto più che tutto. Questa non è mai stata una società sportiva, per noi era il clan inteso nel senso scozzese della parola. Amicizie fraterne per tutta la vita. Tutto si decideva e risolveva dentro il nostro spogliatoio, in società. Avevamo in Bogoncelli un presidente che non voleva soltanto bravi giocatori. Pretendeva da noi che trovassimo un posto anche nella vita, studiando, lavorando. Abbiamo sempre lottato e questo alla gente di Milano piace, per cui anche la nuova Armani ha gli uomini che sembrano aver succhiato il nettare dall'antica pianta. Io mi rivedo in un tipo come Cerella. Mi piace il Cinciarini che se sbaglia se la prende con se stesso, come devono fare i grandi giocatori. Il nostro segreto era nel talento, avevamo spesso i migliori, quando vennero i giovani triestini con Rubini, avevamo gli americani di qualità, ma nessuno poteva starci dietro e il merito fu di Stanko Stanislavevic, uno slavo arrivato come apolide e mantenuto da Bogoncelli che gli faceva fare il preparatore atletico e finì negli Stati Uniti dove divenne un famosissimo ortopedico, primario di una clinica a Chicago. Ho avuto compagni di squadra straordinari, non i più bravi sul campo, magari, ma gente che ha dato un senso al clan. Certo anche campionissimi cominciando dal veneziano Sergio Stefanini che sarebbe un grande anche oggi, come Pieri, Riminucci, per non parlare di Vittori vero maestro per tutti i ruoli, forse il più grande di sempre in Italia con Meneghin, speriamo come possa essere Danilo Gallinari».Certo avete vinto tanto, ma eravate anche i più ricchi.« Eravamo i meglio organizzati. Non tutti si adattavano. Da noi sono passati come meteore campioni che poi hanno fatto la storia, tipo Bertini, un genio, Augusto Giomo, un artista, Cescutti, ma non era facile aspettare il proprio turno, poi c'erano le nostalgie e a proposito di soldi quando entrò Borghi la vera ricchezza non stava certo a Milano. Abbiamo avuto gente speciale, mi viene in mente Sardagna, con lui al centro fummo la prima squadra europea a vincere in Russia, a Tbilisi, in coppa dei Campioni».Caro Gamba ricordi del tempo dall'esordio all'addio.«Ci vorrebbe un libro. Gli amercani. Ecco partirei da loro. Il primo fu Clark nel 1957. Stupendo, ma beveva troppo e poi ebbe sfortuna. Bogoncelli, per premio, ci invitò una settimana a Cortina. Vietati gli sci. Io andavo sulla slitta. Gli altri sgarrarono. Clark si fratturò la gamba in tre punti. Bon Salle venne nel 1958. Il primo centro moderno visto in Italia. Poi Tillotson. Cercavamo un centro, lui non lo era, ma era cattivo, fu bravissimo».E con Rubini che vita è stata?«Stupenda. Lui era speciale, forse l'unico che Bogoncelli non riuscì mai a convincere che ci voleva una vita oltre il basket. Era il principe. Se sapevi ascoltarlo imparavi. Ci siamo separati quando andai a Varese. Dolore. Ma poi in nazionale abbiamo rifatto squadra e che squadra».Cosa c'è nell'Olimpia di oggi che ricorda a Gamba qualcosa del passato?«L'energia difensiva. Ci sono le basi per fare una grande stagione . Non sempre li perdono, ma ho il diritto di criticarli e se lo faccio è soltanto perché l'amore per l'Olimpia mi obbliga ad essere severo».OEL