Garozzo, oro in punta di fioretto Da riserva a spadaccino olimpico

Il siciliano batte l'americano Massialis: «Ora a Copacabana...» È entrato in squadra al posto di Aspromonte chiamato in tv

Marco Lombardo

nostro inviato a Rio de Janeiro

L'ultima stoccata, una corsa impazzita verso i suoi tifosi, un abbraccio con il maestro, i compagni, con l'Italia. Ballava Daniele Garozzo, dopo la stoccata d'oro contro l'americano Massialis, l'oro azzurro numero 201 in ordine di tempo, proprio a pochi metri da dove Fabio Basile stava celebrando il trionfo nel judo. L'oro in un fioretto che di solito almeno da noi di solito è cosa da donne, questa volta penalizzate dall'assurda rotazione olimpica. E invece no: Daniele Garozzo è campione dei Giochi di Rio, campione vero, campione di razza. Per come ha tirato in pedana, per come ha festeggiato, per come ha superato i suoi avversari destreggiandosi sulle punte di una disciplina che è, resta, la scherma formato puro. E la finale, terminata 15-11, è stata la naturale conclusione di un pomeriggio scritto da tempo e nato quasi per caso. Nato ballando. Ballando con le Stelle, e non solo un modo di dire. Due anni fa Daniele Garozzo era ai margini della squadra, pronto a salire più in alto, ma davanti a lui aveva Valerio Aspromonte e il sogno di diventare grande. Poi capita che, appunto, che Aspromonte accetti un posto da ballerino in tv attirato dalle gesta da showgirl di Elisa Di Francesca e da un contratto difficile da rifiutare - ed allora ecco che certe occasioni vanno prese al volo. Così Garozzo entra in pedana dalla strada principale. Per non uscirne più.

E ballava allora anche lui, ieri a Rio, di felicità, dopo aver sbaragliato tutti gli avversari con una facilità quasi imbarazzante. Nell'Arena Carioca numero 2 che sembrava un pezzo d'Italia, Daniele ha affilato il suo fioretto contro Massialas in una sfida da cavalieri guasconi che ha premiato il suo talento da spadaccino. Lui che ha ventiquattro anni, siciliano, tesserato per le Fiamme Gialle, con un fratello maggiore Enrico anche lui in gara nella spada, che dicevano fosse il campione di famiglia, quello vero insomma. Daniele è seguito dal maestro da Fabio Galli, suo maestro da 4 anni, e le Olimpiadi le aveva finora viste soltanto in tv. Le sognava, da quando è diventato campione del mondo under 17 nel 2008, da quando ha vinto un quando argento ai Mondiali under 20 (2012) e ancora poi dopo l'argento conquistato un anno fa agli Europei, battuto da Andrea Cassarà, uno dei suoi miti. Sognava, e ballava.

Come ieri appunto, nel pomeriggio minaccioso di Rio che ha regalato alla scherma italiana un'altra giornata da leggenda. E nella specialità che non è sempre affare da uomini, abituati come siamo a celebrare il Dream Team al femminile. Il tutto in una finale in cui Daniele è partito alla grande per non fermarsi più: sempre avanti, sempre all'attacco, sempre attendendo con intelligenza la mossa dell'avversario per colpire veloce e furioso. Sapendo che l'occasione era davvero unica, tanto unica che sulla strada per la gloria aveva perfino trovato il brasiliano Toldo , suo compagno di allenamenti in Italia, spinto dalla torcida che solo Rio sa organizzare.

E invece nulla, Garozzo ballava, ballava nell'oro, perché come diceva prima delle Olimpiadi «Voglio godermela: fino a un po' di tempo fa invece di tirare fuori le mie potenzialità avevo l'ansia di dimostrare qualcosa al mondo. Invece adesso è il momento, il momento giusto». Il momento di ballare nell'oro: «Non sono stato la medaglia azzurra numero duecento? Chissenefrega, adesso vado a Copacabana a festeggiare».