Gattuso e i raptus finali. Allegri e i lapsus fatali

Due squadre che nel bene e nel male vengono fuori allo scadere. Ma domani è vietato distrarsi

Insieme, o meglio ancora fuse insieme, sarebbero la perfezione calcistica. Per larghi tratti della sfida la Juve, con CR7 capace di stregare portieri e critici, com'è capitato in campionato e soprattutto in Champions, poi nel finale la schiuma del Milan che avvolge il rivale rendendogli scivoloso il cammino fino a cedere quasi di schianto. Prese così sono una complementare dell'altra ma nel calcio, si sa, l'operazione non è possibile e perciò bisogna tornare a separare questi ex gemelli imperfetti per capire come l'intreccio di qualità e difetti dei due team che mettono insieme una quantità industriale di coppe e di scudetti, possa rendere suggestiva la sfida di domani sera. La Juve, si sa, è reduce dalla doccia portoghese made in Mourinho, ieri assolto, perché il fatto non sussiste, dall'affettuosa dichiarazione di Ancelotti e Moratti. Quasi un coro unanime è salito al cielo di Torino a testimonianza che il problema non è la reazione di Mou ma l'insulto perpetrato per 90 minuti. Quel che succede all'armata juventina è noto ad Allegri fin dal debutto di Verona col Chievo. Il viaggio in Veneto cominciò così: 30 minuti giocati con geometrie e sicurezza prima di sedersi al tavolino del bar per prendere il tè del pomeriggio e ritrovarsi addirittura sotto 2 a 1 per poi rialzarsi infastidita e rimettere la contabilità a posto. Con il Manchester è successo qualcosa d'altro. Perché ha subito gol due volte da calcio piazzato a dimostrazione che l'attenzione e la tensione non sono spine da togliere e mettere a piacimento. O sei in grado di reggere con lucidità fino all'ultima curva, o le sorprese sono dietro (il calcio) l'angolo.

Il Milan di Gattuso patisce l'opposta sindrome. Può piegarsi per lunghi tratti, farsi legale al palo del supplizio persino dall'Udinese che non è un gigante in fatto di tecnica ma solo di fisicità, per poi trovare negli ultimi assalti, le prodezze balistiche che gli consentono di scalare la classifica. A Siviglia, sistemato all'intervallo quel papocchio di schieramento tattico, Gattuso ha recuperato il pari che l'ha tenuto in vita per la qualificazione da guadagnare nel viaggio in Grecia. A Udine Romagnoli, così come col Genoa, a Siviglia Suso, così come con la Samp: le rimonte sono concentrate nel finale a dimostrazione, come sostengono taluni, che c'è della sostanza, tenuta fisica e nervosa sicuramente, oltre che sana determinazione. Forse è così. O forse si tratta di quelle forze che arrivano in soccorso nei momenti topici e di maggiore difficoltà di un gruppo, segnato in modo crudele dalla cattiva sorte. Ha perso Caldara per qualche mese, poi è caduto sul fronte Biglia operato al polpaccio e out fino a marzo-aprile, Calhanoglu ha ricevuto un pestone sulla caviglia ammaccata, Musacchio ha subito una lesione del crociato posteriore (fuori un mese e mezzo), Kessiè ha resistito come un leone ferito e Cutrone è uscito dall'Europa league senza un solo duello vinto. Higuain è recuperato ed è l'unica buona notizia proveniente da Milanello insieme con l'intervista di Ibra («più probabile che vada io al Milan e non Wenger»). Pensare che possa bastare un gran finale per frenare la Juve è ottimismo sfrenato, immaginare che ancora una volta la Juve possa assentarsi negli ultimi 10 minuti da San Siro è un altro peccato mortale.