Dal gigante al baronetto i superuomini di Rio

Riner imbattibile sul tatami, Ervin rivince i 50 stile dopo 16 anni. E Wiggins fa cinquina

RIO DE JANEIRO - La leggenda dice che Ercole sia stato il primo superuomo olimpico e come figlio di un dio, Zeus, doveva restare immortale. La realtà vuole che ogni Olimpiade abbia il suo superuomo, anzi più di uno, perché alla fine dei Giochi restano sempre dei campioni assoluti. Non esistono insomma solo Bolt o Phelps, i simboli di Olimpia lo sono anche loro. E lo saranno per sempre.

Il gigante

Teddy Riner è judoka francese della categoria oltre 100 chili, ed è praticamente ormai pure lui leggenda, soprattutto in patria. A Rio ha vinto il secondo oro a cinque cerchi della sua carriera, ai quali vanno aggiunti nove titoli mondiali, il che significa solo una cosa: è imbattibile. A Pechino, otto anni fa, aveva già conquistato un bronzo, che per lui era solo l'inizio: «Avevo 19 anni ed ero contento, ma non troppo. Sapevo che avrei potuto ottenere di più e mi sono preparato bene per Londra: lì mi sono sentito a casa, non avevo alcuna tensione. E ho vinto». Come sempre d'altronde, come a Rio: Teddy ha battuto il giapponese Hisayoshi Harasawa e ora punta al record assoluto di Tadahiro Nomura, il mito del tatami, e proprio a Tokio 2020. «Non sarà facile, lo sport è fatto di alti e bassi. Vincere sempre non è una garanzia ma il risultato di tanto lavoro». E te lo dice, Ercole, guardandoti dall'alto dei suoi 204 centimetri. Moltiplicati per 129 chili, da vero figlio di Zeus.

Il rocker

Anthony Ervin sedici anni fa aveva fatto il massimo: oro olimpico nel nuoto, specialità 50 metri stile libero. Per questo aveva scelto un'altra vita dopo Sidney, anzi dopo Fukuoka, l'anno dopo, quando ai mondiali vince 50 e 100, il massimo. L'inimitabile. Antony insomma a quel punto torna in California per cercare una nuova vita («tutto mi sembrava inutile») e d'altronde è uno che non riesce a stare mai fermo: da piccolo gli avevano diagnosticato una malattia che lo rendeva iperattivo, e allora prende la sua chitarra per andare alla scoperta dell'America. Obbiettivo diventare una rockstar. Molla il nuoto, molla tutto, molla perfino la sua medaglia d'oro: la vende all'asta e i 17mila euro che ricava li dona per la ricostruzione del Sud Est asiatico dopo lo tsunami. Nel frattempo diventa zen, buddista, non una rockstar: riesce a suonare come ospite in un disco degli Arcade Fire, ma prima finisce in cella per guida spericolata, ha storie di sesso, droga e rock'n roll, perfino un tentato suicidio. Così si rifugia in piscina. A Londra non vince nulla, l'anno dopo ai mondiali un argento in staffetta 4x100. Sembrava finita lì, ma i fenomeni non hanno età. E 16 anni dopo è ancora la stessa musica.

Il baronetto

Vive negli Anni Settanta e vince nel Duemila. Vive nella Beat generation ma vince per la Regina Elisabetta. Che quando trionfò nel Tour de France del 2012, alla vigilia dei Giochi di Londra, gli mandò un sms sul cellulare per complimentarsi prima di farlo baronetto. E lui le rispose con calma. Sir Bradley Wiggins è qualcosa di più di una medaglia olimpica: è il ciclista fatto uomo. Anzi, Superuomo. A Rio ha vinto l'ottava medaglia della sua carriera nell'inseguimento a squadre, il quinto oro di una storia che a 36 anni non ha mai fine. Amava la pista però trionfava anche su strada, e nel frattempo passava il tempo collezionando chitarre con la musica degli Oasis nelle orecchie. Aveva promesso: «A Rio per vincere». E ha mantenuto, salutando il successo con la manita, per la quinta medaglia più preziosa, facendo la lingua sul podio, versando qualche lacrima, abbracciando un giornalista durante l'intervista in tv. Perché questo è Bradley, perché questo è anche Wiggins, che ha passato l'ultimo anno con i suoi tre compagni per diventare di nuovo il più forte di tutti: «Abbiamo pedalato in altura, ci siamo allenati tutti i giorni, eravamo in pista anche a Natale. Adesso è tutto fantastico». Ercole sarebbe fiero di lui.