Il gigante tutto nero che rese mondiale il rugby

La leggenda del rugby mondiale, rappresentata dal suo uomo simbolo, un gigante di quasi due metri per 120 chili, un nome già diventato leggenda ai mondiali sudafricani giocati qualche mese prima: Jonah Lomu

Ottobre del '95, secolo scorso, ma per il rugby italiano un'era fa. Si gioca a Bologna un test match, il modo elegante per definire le amichevoli, tra l'Italia di Georges Coste, il ct francese del più grande miracolo azzurro, e la Nuova Zelanda, i leggendari All Blacks. Il topolino contro la montagna, un gruppo di azzurri coraggiosi contro la leggenda del rugby mondiale, rappresentata dal suo uomo simbolo, un gigante di quasi due metri per 120 chili, un nome già diventato leggenda ai mondiali sudafricani giocati qualche mese prima: Jonah Lomu. In quegli anni, ma anche dopo, dire Jonah Lomu significava dire rugby, il re degli All Blacks era già famoso al grande pubblico, le sue corse inarrestabili non si fermavano sui campi ovali, ormai la sua popolarità era planetaria.L'arrivo di Jonah Lomu con gli All Blacks a Bologna servì forse da svolta decisiva per avvicinare gli italiani a questo sport che fino ad allora era rimasto confinato nelle parrocchiette ovali. Il Dall'Ara strapieno fu il colpo d'occhio che ci diede una bella spinta verso il Sei Nazioni. Jonah Lomu ci strapazzò come ci saremmo aspettati, firmò un paio di mete in quella passeggiata dei tutti neri finita 70-6, ma soprattutto diede agli italiani l'idea di cosa fosse il grande rugby che li aspettava negli anni a venire.Esattamente vent'anni dopo Jonah Lomu ha finito la sua corsa stupenda. Placcato definitivamente, a soli 40 anni, da quel male dannato che l'aveva colpito ai reni e che gli era stato diagnosticato già in quelle stagioni, una rara malattia che accorciò drasticamente quella che era avviata a diventare la più grande carriera rugbistica di ogni epoca. Una sindrome nefrosica che lo costrinse a interrompere gradualmente l'attività, a sottoporsi a dialisi, a tornare a giocare nel 2004 dopo un trapianto di rene, ricevuto da un suo amico radiocronista. Anche se questo suo ritorno alla fine fu quasi simbolico, poche partite giocate nel Cardiff, poche altre nel Marsiglia, poi la resa definitiva davanti a un male che continuava a tormentarlo e non lo lasciava più libero di infilare le difese avversarie, di spaventare tutti quelli che si trovavano sulla sua strada, di tuffarsi in meta per continuare a scrivere la leggenda.

Eppure, considerando la pur breve carriera di questo fenomeno, Jonah Lomu ci lascia veramente da mito del rugby, da mito dello sport. A 19 anni appena compiuti fu il più giovane giocatore della storia a vestire la maglia degli All Blacks. E in due mondiali disputati fece il record di mete segnate (15): in quello fantastico del '95, immortalato dal film Invictus, dove lui, neozelandese, fece la parte dello sconfitto ma contribuì a celebrare il mito di Mandela e degli Springboks sudafricani, e in quello del '99 quando, ormai attaccato inesorabilmente dalla malattia, trovò ancora la forza di spingere la Nuova Zelanda fino al quarto posto.Destino ha voluto che uno dei più grandi rugbisti di ogni tempo, certamente il più mediatico dell'era moderna, non arrivasse a sollevare la coppa del mondo che pure i Blacks, prima e dopo di lui, hanno vinto per ben tre volte. Destino di chi è comunque immenso a prescindere dalle vittorie, stessa sorte capitata nel calcio a un grandissimo come Johan Cruijff o come Alfredo Di Stefano che i mondiali non li ha nemmeno mai giocati. Eppure nessuno come Lomu ha rappresentato il rugby nell'immaginario collettivo, lui come Michael Jordan per il basket, come Muhammad Ali per la boxe, come Joe Di Maggio per il baseball, come Michael Schumacher per l'auto, Fausto Coppi per il ciclismo, Abebe Bikila per la maratona... Come il calcio da sempre è Pelé, nero come lui. Leggende, nella loro unicità, molti anche per la loro tragicità. Jonah, che correva i 100 metri in 10''8, che ha una statua al museo delle cere di Madame Tussauds in mezzo ai grandi della terra e della storia, che è stato testimonial del rugby e degli All Blacks anche agli ultimi Mondiali. Jonah, che ha fatto innamorare del rugby tanti ragazzini che sono diventati i protagonisti di oggi. Jonah, che tutti ricorderemo sempre per quella memorabile meta nella semifinale mondiale del '95, quando volò oltre la linea di fondo spazzando e calpestando mezza Inghilterra. Già, il '95, l'anno di Bologna, quando ci aiutò a diventare grandi: anche noi italiani gli dobbiamo qualcosa.