Gilbert, maledizione iridata Il Lombardia è di Rodriguez

nostro inviato a Lecco

No, non è per niente casuale che il Giro di Lombardia vada a Rodriguez: la corsa più dura del mondo va inevitabilmente, certo giustamente, al corridore più forte del mondo. Le classifiche internazionali non sono certo trofei memorabili, ma servono proprio a dire chi sia il re di un'intera stagione (quello di un giorno solo è Gilbert, che difatti veste l'iride da domenica scorsa, e che inesorabilmente ne paga subito la maledizione cadendo nella discesa da Sormano). Il verdetto finale del Lombardia è il verdetto finale dell'intero 2012: numero uno, meritatamente, indiscutibilmente, è un corridore capace di spendersi lungo l'intera stagione (al diavolo, una volta per tutte, la specializzazione), ma soprattutto di spendersi in un modo sublime, aprendo con la grande vittoria alla Freccia Vallone, proseguendo con il secondo posto al Giro (battuto da Hesjedal soltanto per la geniale pensata degli organizzatori di abolire gli abbuoni), insistendo con il terzo posto alla Vuelta (buttata dalla finestra in pianura dopo averla stravinta in montagna), chiudendo con il capolavoro di Lecco (attacco sull'ultima salita, picchiata in discesa sotto il nubifragio). «Niente da dire: è la stagione perfetta. Con questa vittoria chiudo da numero uno al mondo. Sono un uono felice, non dimenticherò mai questo 2012».
E chi se lo scorda. Neppure noi italiani ce lo scorderemo facilmente. Proprio qui a Lecco, in una cornice umida e crepuscolare che sembra allestita da un perfido coreografo, il nostro ciclismo celebra il tetro anniversario dell'ultima vittoria in una grande classica (è tempo di montare la lapide: Damiano Cunego, Giro di Lombardia, 2008). Quattro anni esatti, un tempo che sa di eternità, pesante come macigno. Inutile aggiungere come ci giochiamo anche l'ultima possibilità: male, malissimo. Non può essere il quarto posto di Santambrogio (comunque bravissimo) a salvarci la faccia. Non può nemmeno essere la caduta in discesa di Nibali (ormai un classico nella classica) a concederci attenuanti. La realtà è incontestabile: ancora una volta teniamo botta fino al momento dell'epilogo, con un buon Cunego, un buon Basso, un buon Pellizotti, ma quando scocca l'ora X della soluzione finale usciamo miseramente di scena. Non fosse per Santambrogio, che ci fa la grazia, saremmo ancora una volta fuori dai primi dieci. Umiliante.
E' vero che il ciclismo sta diventando sempre più mondiale, che i confini si allargano a tutti i continenti e i cacciatori di trofei sono sempre di più e sempre più feroci, ma è altrettanto vero che in questa realtà così liquida i migliori riescono comunque a galleggiare sempre: Rodriguez è uno di questi, Contador non ne parliamo (bello anche al Lombardia), Gilbert ideam (jella iridata a parte). L'Italia vive invece una recessione pesante anche in bicicletta, allineata alla congiuntura globale del Paese. Il problema però non è tanto il lungo digiuno di vittorie: sono cicli, ci sono quelli buoni e ci sono quelli dannati. Il problema più serio, per noi, è che non si profilano nell'immediato segnali di riscossa e nomi da riscatto. In attesa dei Moreno Moser e degli Ulissi, il ricambio generazionale risulta ancora molto lontano. Al momento siamo fermi a Nibali, un 27enne generoso e coraggioso, che corre da gennaio a novembre (pure troppo), che si difende su tutti i terreni senza però dominare ancora in nessuno. Dobbiamo tenercelo stretto e caro, sperando che completi presto il processo di maturazione, scalando l'ultimo gradino per salire nel superattico dei campioni.
E questo è veramente tutto. Grazie al cielo, lo strazio si chiude qui. Prima del salutare letargo, quest'oggi ci concediamo la presentazione del Giro 2013. Una volta si usava il verbo "svelare", ma a colpi di soffiate ormai non c'è più nessun velo da togliere: il nuovo Giro è noto e stranoto in tutti i suoi dettagli, come una pornostar di quarta serie. Partenza il 4 maggio da Napoli, cronosquadre a Ischia, tanto Sud nella prima settimana, mega-crono di 55 chilometri nelle Marche (Saltara), quindi le scalate di Cime di Lavaredo, Gavia e Stelvio, con sconfinamento sul Galibier. Il vero colpaccio? L'arrivo a Brescia. Già finito l'idillio appena rimesso in piedi con Milano, città natale del Giro. Motivi romantici? Quanto possono essere romantici in tempi di crisi i 700mila euro messi sul piatto da Brescia, contro i 100mila offerti da Pisapia. Nell'epoca in cui decidono tutto i mercati, anche la poesia ha le sue quotazioni.