Giochi e bandiere in bilico sfilano gli atleti senza patria

Dal Kosovo alla Palestina, alla squadra dei rifugiati Le storie di chi nuota, corre e lotta ma spesso "fugge"

Majlinda Kelmendi non abbassa mai lo sguardo, ti guarda e sorride, con quelle sopracciglia curate, ad arco, e i capelli che adesso scendono sulle spalle, ma che quando combatte raccoglie in uno chignon. Nelle vene c'è l'incrocio dei popoli che hanno attraversato i Balcani. Ha combattuto sul tatami cercando una bandiera che assomigliasse alla sua. Non la Serbia. La Slovenia l'ha corteggiata a lungo. Ha detto no ai soldi degli Emirati. Quattro anni fa a Londra si è sentita per un attimo albanese. Ma c'è la promessa fatta a suo padre Ismet, ex calciatore, e al suo allenatore Jeton "Tony" Kuka, leggenda jugoslava del judo anni '80: tu sai quale è la tua patria. Majlinda lo sa e lo sente nelle strade del suo quartiere, alla periferia di Peja, dove è un simbolo e una riscossa. È con quel pezzo di terra giallo, su sfondo blu, con sei stelle d'oro come ombrello che ha vinto due mondiali, categoria 54 chilogrammi, naturalmente si parla di judo. Quella bandiera è il Kosovo, che dal 2008 non è più serbo, un tempo tassello di quella che a Tirana chiamavano la grande Albania ma che ora è soprattutto un rischio, un problema, perché è terra di frontiera e di passaggio e qui l'Isis c'è, addestra i suoi uomini, scava basi logistiche, si muove in un silenzio complice. Il Kosovo è una patria ancora una volta in bilico tra Oriente e Occidente. Questa sera, quando l'ultimo tedoforo accenderà la fiaccola dei giochi di Rio, Majlinda Kelmendi sarà la portabandiera di uno Stato che il Brasile non riconosce. Dietro di lei sfileranno altri sette atleti: due nuotatori, un ciclista, un tiratore e un altro judoka. Ma solo lei è qui per prendersi un oro.

Non c'è solo il Kosovo. Questa sera ci sono altre bandiere in bilico o indefinite. Non è una sorpresa la Palestina, con i suoi sei atleti, partecipa ai Giochi da Atlanta '96. "Tre anni di duro lavoro, due piedi e un sogno: correre per la Palestina". È questo il semplice motto con cui si è presentato Mohamad al-Khatib in un sito di crowdfunding. Questa volta è lui il volto della Palestina. È un sociologo, ha 25 anni e correrà i 100 e i 200 metri piani. nato a Hebron, ma ha vissuto per molti anni a Ramallah, dove lavora come istruttore di yoga. In Palestina non ci sono piste ufficiali di atletica, e la più vicina è quella dell'Università di Bir Zeit, dove ha studiato e iniziato ad allenarsi. È lunga solo 84 metri. E non è una distanza olimpica. È qui grazie al supporto economico di 216 donatori, in soli quattro giorni ha raccolto 12765 dollari. "So che suona un po' banale, ma credo che ognuno di noi sia un messaggio. Come sociologo e come palestinese, vedo che abbiamo bisogno di speranza". In 120 anni di Olimpiadi oltre 200 delegazioni nazionali hanno disputato medaglie nei giochi estivi e invernali nelle più diverse discipline sportive. Ma l'edizione di Rio 2016 presenta una novità mai vista nella storia: la prima delegazione olimpica di rifugiati. Composta da due nuotatori siriani, due judoka provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, un maratoneta etiope e cinque corridori del Sud Sudan. È da qui, da quest'ultima terra devastata, che arriva Yiech Pur Biel, mezzofondista, rifugiato in Kenya da 11 anni. Biel é fuggito dalla guerra civile. Dopo dieci anni vissuti in un campo profughi ha provato a giocare a calcio e solo nel 2015 ha iniziato a correre in maniera agonistica. Disputerà gli 800 metri a Rio.

James Nyang Chiengjiek, anche lui corridore, e anche lui rifugiato in Kenya. È fuggito dal suo Paese a 13 anni per scappare dagli arruolamenti forzati di bambini-soldati. Rose Nathike Lokonyen non sapeva neppure di essere così veloce. Mai posseduto un paio di scarpe in vita sua. Quest'anno un professore keniota le ha suggerito di gareggiare in una 10 km anche senza allenamento. Rose arriva seconda ed è una rivelazione improvvisa. Correrà gli 800 metri alle Olimpiadi e punta alla finale.

La storia più nota è quella di Yusra Mardini. Fuggita dalla guerra civile siriana, Yusra è salita su un gommone per attraversare l'Egeo e sbarcare in Grecia. Ma quando, dopo un'ora e mezza di navigazione, il motore dell'imbarcazione si è bloccato in mezzo al mare in piena notte, la giovane si è buttata in acqua e ha letteralmente spinto il gommone nuotando fino alle coste greche. Dopo aver attraversato mezza Europa a piedi, Yusra è arrivata in Germania, e poco dopo ha iniziato ad allenarsi nelle piscine del Wasserfreunde Spandau 04 di Berlino. Domani, a 18 anni, nuoterà i 100 farfalla. Il giorno di San Lorenzo i 100 stile libero. Yusra ha paura solo del mare aperto.

(ha collaborato Carlo Cauti)