Gonzalo, un adorabile e solitario egoista

Gli ex compagni lo amano, anzi no lo odiano. Ecco la verità sull'argentino

Napoli - Al suo miglior nemico, De Laurentiis ha dedicato una carezza. «Forse ci teme» è un modo elegante per archiviare il discorso Higuain. Sarri gli ricorderà «le cazzate a bestia che ha fatto andandosene» ma porgerà la mano. Cosa che faranno i suoi ex compagni, chi in maniera affettuosa, chi in maniera diplomatica perché a metà campo il saluto è d'obbligo. Per alcuni è stato l'amico, che poi ha preso un'altra strada perché nel calcio non esistono riconoscenza e nemmeno amicizia. È una legge scritta e condivisa dalla massa. Per la maggior parte dello spogliatoio il Pipita resta quello che è sempre stato: un adorabile egoista.

Nessuno ha contestato la scelta finale, il mezzo per arrivarci però sì. È andato via da Napoli senza salutare, nemmeno uno straccio di sms a chi lo aspettava in ritiro. Le telecamere piazzate negli spogliatoi questa sera ci tramanderanno forse immagini di pacche sulle spalle e di strette di mano, difficilmente gli azzurri abbracceranno Gonzalo. Non lo farà Ghoulam, che in estate scaraventò a terra la maglia numero nove di un tifoso che chiedeva di autografarla. E nemmeno Reina che commentò l'addio twittando: l'uomo si vede dalla parola d'onore. O Koulibaly, avversario mille volte in allenamento, al quale stasera è affidato il compito di limitarlo. Per non parlare di Hamsik, il capitano, che dice di comprendere e giustificare le ragioni della rabbia popolare.

Se ne farà una ragione l'argentino, o forse no. La versione napoletana di Higuain racconta di un personaggio in apparenza timido e introverso, nemico delle interviste e delle apparizioni pubbliche, circondato da una ristretta cerchia di amici con i quali condivideva le cene post-partita con birra a volontà tra Santa Lucia e piazza Vittoria e le gite fuori città, zona Portici. Pub e discobar, qualche compagno di squadra e ovviamente belle ragazze. A volte pizzicato in orari non consentiti e alla vigilia di partite. Ma comunque sempre indirizzato verso il bene personale, che poi è il bene supremo. Come quella volta di dieci mesi fa, quando all'avvicinarsi del mercato di gennaio pretendeva da De Laurentiis l'acquisto di Perotti. Richieste che si sono susseguite nel tempo, affidate al fratello procuratore: Gonzalo desidera altri campioni al suo fianco, la Champions non gli basta, vuole vincere. Su questa strada avrebbe voluto condurre gli altri, da Mertens ad Hamsik, da Reina a Callejon. Ma quando lo spogliatoio gli propose il patto, lui iniziò a defilarsi: restiamo un altro anno e vinciamo lo scudetto. Troppo per uno che in campo non si era mai risparmiato «vaffa» e gesti di insofferenza verso alcuni compagni. Meglio la Juventus «squadra impossibile da battere perché sempre aiutata»: così parlava il Pipita ad aprile. Il solito, adorabile egoista.