Il gran giorno di Paltrinieri costretto a vincere ancora

Un anno dopo Rio, deve ripetersi per non deludere: "Qui per l'oro, non chiedetemi il record". Ma occhio a Detti...

nostro inviato a Budapest

Di nuovo, Greg. Stesso copione. Stesse paure da non confessare. Stessa solitudine cercata e ora da fuggire, amata e ora da odiare. Di nuovo, Greg. Fausto Coppi era un uomo solo al comando e tu sei un ragazzo solo a cui tutti chiedono di comandare sempre la gara più lunga e massacrante del nuoto. Stasera. Millecinquecento stile libero, trenta vasche avanti e indietro che non finiscono mai. Lungo il Danubio che a Budapest non è più blu ma verde come un gelato pistacchio, non c'è giornalista, non c'è turista, non c'è nuotatore, non c'è persona che non pensi o dica che Paltrinieri o vince o sarà un fallimento, o stravince con record del mondo o la sua sarà comunque una versione luccicante di sconfitta. Incredibile.

Ieri secondo tempo assoluto, meglio di lui per un respiro l'ucraino Romanchuk: 14.44.11 l'uomo dell'est e 14.44.31 l'uomo di Carpi. A sei secondi il gemello diverso Gabriele Detti che «non ce la faccio più, sono stanchissimo» dice, però occhio Greg: è Toscano, è di Livorno, gente che non sai mai quando scherzi oppure no. E proprio come a Rio e più di Rio, un anno fa, Superman arriva in finale distrutto ma leggero: ha in tasca il bronzo dei 400 e quel prezioso e meraviglioso oro degli 800 che voleva, la medaglia che gli fa dire «basta pensare a quella gara, non credo abbia rispecchiato quanto veramente valgo, sono deluso, pretendevo molto più da me stesso».

Di nuovo, Greg. Anche a Rio, Gabry in camera con te aveva già preso medaglia e tu eri l'uomo che tutta Italia si aspettava, anzi, pretendeva sul gradino più alto del podio come l'anno prima ai mondiali di Kazan, come mesi prima agli Europei di Londra, 14'34''04, il tuo crono record europeo e seconda prestazione mondiale all time. «Se in finale mi tuffo per l'oro?», sgrani gli occhi alla domanda, «a occhio e croce direi di sì... se punto al record del mondo? Non lo so, non riesco a rispondere a questa domanda, farò solo del mio meglio...», sorridi triste come a dire ci risiamo, eccomi di nuovo imprigionato come alla vigilia di Rio, costretto a vincere ad ogni costo sapendo che anche trionfando, senza primato, perderesti lo stesso. «Però non è così facile», provi ad aggiungere, «c'è tanta gente in forma in questi mondiali, sarà una gara complicata come sempre...». Ma non ti stanno più ascoltando. Perché tu devi vincere sempre. E' così semplice, no?

«Però questa pressione diventa anche la sua arma vincente, è così perfezionista che mette l'asticella sempre più in alto», confida un attimo dopo il Moro, Stefano Morini, l'allenatore suo e di Gabriele. «Dal punto di vista tecnico è importante, però lui qualche volta potrebbe lasciarsi un pochino andare, perché si consumano anche tante energie nervose a voler sempre fare meglio». Conosce bene i suoi ragazzi, il Moro. E per comprenderlo basta rileggere quanto raccontato da Paltrinieri nel suo libro, quando svela il proprio stato d'animo alla vigilia della finale olimpica di Rio. «All'improvviso tensioni e pressioni - scrive Greg - sono diventate qualcosa di diverso, sembrano una risposta. Mi stanno dicendo ehi Greg! Non hai più nulla da fare qui a Rio, tanto conquistare questo oro sembra diventato per tutti una formalità. Ho vissuto e rivissuto nella mia testa così tante volte la finale di stasera che ormai so come andrà a finire. In questi mesi ho talmente alzato il livello delle mie certezze e aspettative che adesso non ci sono più scale sufficientemente lunghe per raggiungerle e soddisfarle come vorrei».

Greg parla di scale, Moro di asticella. E' la stessa cosa. «Per la prima volta in vita mia mi sento vacillare nelle convinzioni che avevano accompagnato le decisioni prese in tanti anni - prosegue il campione nel suo libro -. E' come se ogni cosa mi si stesse ritorcendo contro: la scelta del nuoto, la sfida solitaria, lo sport individuale e non di squadra, l'adrenalina di sentirsi addosso tutte le responsabilità senza poterle e volerle condividere, senza cercare scuse. Ma anche l'intenso piacere di sapere che la vittoria, quando arriva, è interamente mia. Tutto ciò che prima mi caricava adesso confonde: che vinca o perda, sento che qui posso solo sbagliare, fallire, deludere me stesso. Forse per questo avverto un terribile bisogno di poter spartire con gli altri il peso che io stesso ho contribuito a creare e a tenere tutto per me. Solo che non posso più. Troppo tardi».

Non è troppo tardi, Greg. E' solo troppo difficile riuscirci. A Rio vincesti la semifinale in 14'44''51. Qui hai chiuso secondo ma venti centesimi più veloce di allora. A Rio conquistasti l'oro. E qui? Come hai detto? «A occhio e croce...».