Grandi che faticano E il populismo vince anche nel calcio

Non solo l'Italia è il principale laboratorio populista del mondo ma anche nei mondiali che si svolgono nella terra di Putin

Il populismo vince anche nel calcio. Non solo l'Italia è il principale laboratorio populista del mondo (parole di Steve Bannon, ex consigliere di Trump e suo intellettuale di riferimento), ma anche nei mondiali che si svolgono nella terra di Putin, terra che con la storia di questo genere politico ha sicuramente qualcosa da dire, gli ultimi e i medi stanno rovesciando le antiche gerarchie del pianeta pallonaro.

Se per populismo intendiamo la ribellione delle masse sempre più povere e con sempre meno diritti sostanziali (quelli formali per ora sono salvi, tipo io voto ma il mio voto non conta un cavolo per cambiare la realtà a mio favore), allora l'establishment del calcio mondiale se la passa male. L'Argentina del grande Messi ha pareggiato con l'Islanda, un'isola che ha meno abitanti di un sobborgo di Buenos Aires, compresi quelli che ballano il tango nei racconti di Borges. Il costo intero della squadra islandese credo equivalga ai parastinchi della star argentina del Barcellona. Li ho comprati a mio figlio quando sono stato al Camp Nou, quindi sono informato. 0vviamente qui 2+2 fa 6, come diceva Musil nei suoi diari, ma la metafora è chiara. La Germania dei campioni in carica ha perso con il Messico. In Europa ci siamo inchinati ai teutonici sul piano economico e bancario, ma anche su quello calcistico, come sono bravi con gli stadi, con gli sponsor, con i vivai, con l'integrazione virtuosa degli immigrati e dei loro figli di talento. Vedere il mondo della Merkel infilzato da un gol di un certo Lozano, un cognome da Miami Vice, dice che qualcosa sta cambiando. E il Brasile favorito? Per giorni i commentatori ci hanno torturato con le virtù dei singoli campioni, che oltretutto di sudamericano hanno sempre meno perché giocano nei club ricchi del nostro caro continente, e poi succede che la Seleçao pareggia con la modesta, o normale se volete, Svizzera. E il divo Neymar, con il ciuffo ossigenato da campagna pubblicitaria? Un grullo in mezzo la campo. Ah, come sono lontani i tempi della squadra gialloverde come anestetico del popolo, fuga nell'immaginario sportivo per coprire le angosce della realtà! Ora il gialloverde, come dominanza linguistica del nostro immaginario contemporaneo, è il colore del governo italiano. E Neymar non è un più nessun anestetico, è il brand del proprio narcisismo e del proprio conto corrente. Continuiamo, la Spagna dei talenti non va oltre il pareggio, spettacolare certo, con il Portogallo campione d'Europa. Ma le furie rosse sono arrivate in Russia con il destino interiore di vincere il titolo, invece hanno preso tre pappine da Ronaldo, l'unico Dio, calcistico, a essere rimasto sull'Olimpo, a vedere Atene che brucia ad opera dei populisti della sfera rotonda. L'Italia, che nell'establishment del calcio c'è di diritto, ha pensato bene di farsi eliminare prima dai populisti dell'arredamento, gli svedesi. Gente che ha battuto la Corea del Sud con il var e che ha un principio solido: niente talento, se c'è n'è uno, vedi Ibrahimovic, lo lasciamo a casa.

Come siamo previdenti noi italiani, sentivamo nell'aria come sarebbero finite le elezioni e abbiamo evitato di andare a prendere gli schiaffi dalle parti del Cremlino. Per una sera abbiamo vomitato a San Siro, poi niente più sofferenze gastriche, niente pizze collettive che minano la linea. Rilassati sul divano guardiamo divertiti gli sfaceli degli altri e facciamo volare gli ascolti della vecchia cara tv generalista, l'unica liturgia collettiva che ci rimane. A proposito, complimenti a Mediaset che ci ha creduto, senza se e senza ma. Il servizio pubblico già da tempo non era più pubblico, se non per le tasse. Intanto mentre il Giappone batte la favorita Colombia e il Senegal strapazza la Polonia italiana, evidentemente portiamo male, l'unico a non aver deluso è il Belgio globalizzato, dove segnano il raffinato Mertens e la furia nera Lukaku. Forse l'unico cruccio di Salvini, il cattivo populista che però si occupa della realtà ed è arrivato quasi al 30 per cento dei consensi. Parola di sondaggisti. Il campionato del mondo è ancora lungo.