«Ho il Giro nel cuore ma il podio del Tour mi ha proprio stregato»

Il terzo uomo è italiano. Lui, con quei suoi modi garbati, il suo sorriso dolente, sembra più british di quei due. Solo in bicicletta diventa un magnifico guastatore. Un indomito corsaro sempre pronto ad attaccare non appena gli si presenti l'occasione. È lì, assieme a Bradley Wiggins e Chris Froome, primo e secondo di un Tour che batte Union Jack. Ma c'è anche il tricolore, quello nostro, non francese. Dopo sette anni, torniamo sul podio della più importante corsa a tappe del mondo: l'ultimo fu Ivan Basso, compagno di squadra di Vincenzo alla Liquigas, nel 2005. Nibali ci sale con il sorriso di chi sa bene che quei due gradini prima o poi li salirà anche lui. Ci crede, e non lo nasconde.
«La mia è stata una crescita continua e costante - ci racconta -. Questa è la mia terza partecipazione. La prima volta nel 2008, finisco 20° a 28'33" dalla maglia gialla Carlos Sastre e terzo nella classifica giovani a 17'01" da Andy Schleck. L'anno dopo entro nella top ten: 7° nella generale a 7'35" da Alberto Contador, secondo nella classifica giovani a 3'24" sempre da Andy Schleck. Ora salgo sul podio, l'obiettivo che mi ero proposto: terzo, a poco più di sei minuti dalla maglia gialla. Certo, da Liegi ero partito con la determinazione di chi se la vuole giocare tutti i giorni e fino in fondo, però sapevo bene che con tutti quei chilometri a cronometro io ero quasi spacciato. Troppa crono e poche montagne. Non dovrei dirlo io, ma penso di aver ottenuto davvero il massimo».
Dopo sette anni riporti un italiano sul podio. Era dai tempi di Pantani che non saliva sul podio una squadra italiana (Liquigas). Quarto podio in tutti e tre i Grandi Giri: come Gimondi. A 27 anni, c'è di che essere orgoglioso…
«E io lo sono. Sono orgoglioso di natura. Certo, tutte queste cose non le sapevo, me le dite voi. Però calma con i paragoni, Felice Gimondi un Tour l'ha vinto, il Giro l'ha vinto tre volte, in comune abbiamo una Vuelta. Io per ora sono solo ad un terzo del cammino. Posso vantare due piazzamenti nella corsa rosa (3° nel 2010, 2° nel 2011, ndr) e questo piazzamento al Tour. Sono solo all'inizio, ma so di poter migliorare ancora molto».
Il "terzo uomo", un po' Gimondi ma anche un po' Fiorenzo Magni, il vero "terzo uomo" del ciclismo italiano. Passistone alla Gimondi, discesista alla Magni: tosto come questi due. Ora però si potrebbe pensare anche al Giro d'Italia, per chiudere il cerchio.
«È presto per dirlo. Però io il Giro ce l'ho nel cuore, mi piace da pazzi. Il prossimo anno cambierò squadra (andrà a correre per l'Astana, ingaggio: 3 milioni di euro a stagione, ndr) e con loro dovrò fare i programmi. Dovrò pensarci bene, studiare bene i percorsi. Il Giro però resta lì, in cima ai miei pensieri. Ma anche il Tour. Che festa, che emozione salire sul podio. Che bello vedere Parigi dall'alto. Che corsa».
A chi ti senti di dover dire grazie?
«Ai miei genitori, che mi hanno sempre assecondato. Alla famiglia Franceschi, che mi ha accolto come un figlio quando sono arrivato ragazzino a Mastromarco. A Ferretti che mi fece passare professionista. Alla Liquigas, con la quale ho passato sei anni importantissimi. A tantissime persone. Ma un bravo me lo merito anch'io, o no?».
Ora le Olimpiadi…
«Tra pochi giorni, sabato prossimo. Un'esperienza da vivere. Poi i mondiali di Valkenburg (23 settembre, ndr). Poi il 13 ottobre il coronamento di un amore, quello per Rachele. Viviamo già assieme da qualche mese, a Viganello, in Svizzera, vicino a Lugano. Poi un po' di vacanza, prima di fare i programmi, prima di sfogliare la margherita: Giro o Tour. Tour o Giro…». Se son rose, fioriranno.