Amo il calcio brasilero anche se ti può tradire

Innamorarsi di Altafini, piangere con Ronaldo. E l'Italia immensa del Sarria punisce i migliori di sempre

Innamorarsi a San Siro, odiarli in Messico, scoprirli meravigliosi nel giorno del disastro al Sarria quel 5 luglio del 1982 quando tutta Barcellona scommetteva sulla loro vittoria contro l'Italia che li decapitò per vincere il mondiale.
Il Brasile, il suo calcio, il suo modo di vivere. Li ami, li odi, li benedici, ma non sai mai se ti faranno davvero felice. Scoprire Josè Altafini che, in viaggio verso la Svezia, dove Pelè diventerà il genio del calcio meravigliao, si presenta al pubblico di San Siro, che poi sarà per sempre il suo popolo rossonero, con un gol straordinario facendo leva sul difensore Cardarelli, una forbice che tagliava il mondo. Addormentarsi esaltati ed infelici nel giorno in cui Paolo Rossi entrò nella storia facendo uscire dal mondiale del 1982 una delle squadre più forti mai viste. Intervallo al Sarria: Italia avanti 2-1. Beppe Viola, un genio, un uomo straordinario, ci avvicinò in tribuna stampa: «Adesso la paghiamo». Non fu così. Il pareggio di Falcao li avrebbe qualificati, ma ancora Rossi, 6 minuti dopo quel capolavoro di un vero genio della lampada come scoprì la Roma del maestro Liedholm, cambiò la storia.

Andammo nel ritiro brasiliano vicino a Barcellona per il giorno dell'addio. Zico alla radio che piangeva mentre Junior, Cerezo, il feroce Eder prendevano a calci il destino. Con il Brasile va più o meno così. Ti innamori e loro sbagliano partita, li vedi traballanti e Romario guida l'orda che nel 1994 fa piangere l'Italia di Sacchi, Baresi e Baggio, nella finale ai rigori di Pasadena dove il fenomeno Ronaldo fu solo spettatore perché il suo momento arrivò nel 2002.
Ne abbiamo visti tanti passare nel nostro campionato. Da ragazzino invidiavo gli amici ricchi che potevano andare a vedere Josè Altafini anche in trasferta. Un giorno il paron Rocco scherzava sul nuovo acquisto Dino Sani. Gli sembrava barzotto. Fu un architetto straordinario per il Milan. Tutti quelli che sono arrivati in Italia, a parte il povero Germano, hanno fatto storia. Da Amarildo a Cafù, persino il portiere Dida, da Zico a Ronaldo anche se ci siamo fermati alle lacrime del 5 maggio quando l'Inter perse uno scudetto che sembrava già vinto.

Zico e i sogni dell'Udinese, meraviglie con addio velenoso verso arbitri che lo lasciavano picchiare. Falcao e la grande Roma del Barone. Kakà e quello stile poco brasiliano che incantò subito Berlusconi e il popolo milanista, Leonardo filosofo quasi più del compianto Socrates che aveva incantato Firenze almeno quanto Julinho. Pensate ad Angelo Benedicto Sormani, il suo vocione, il suo piede vellutato.
Ci hanno dato tanto, anche l'allegria, ma stare dalla loro parte è sempre stato difficile. Quando sono stati padroni del mondiale per cinque volte possono dire di aver regalato almeno altri cinque titoli pur partendo da favoriti e non soltanto nel giorno del Maracanazo con l'Uruguay. Sono loro la vera arte, anche se il calcio in Brasile lo portò uno scozzese. Stai dalla loro parte, stai con Pelè, Garrincha, Ronaldo, ma troppe volte hanno ballato sulle cose inutili, dimenticando che il calcio non è soltanto un gioco.