Innerhofer, Fill, Paris: l'Italia cala il tris nella discesa da rebus

Christof migliore in prova: "Ma non sono il favorito". Jansrud da battere, rischio outsider

PyeongChang - Welcome to Jeongseon, benvenuti nel nulla dove domani, stanotte in Italia, si assegneranno le medaglie della discesa maschile, preda ambitissima che solo tre italiani nella storia sono riusciti a conquistare. Quello azzurro è un podio lungo 66 anni su cui svettano Zeno Colò, oro nel 1952 a Oslo, Christof Innerhofer, argento quattro anni fa a Sochi, ed Herbert Plank, bronzo a Innsbruck nel 1976. Zeno riposa in pace, Herbert se ne sta tranquillo nella sua Vipiteno e Inner è ancora qui a lottare, miglior tempo nella seconda prova cronometrata che potrebbe essere stata anche l'ultima, perché il vento forte che ha cominciato a fischiare ieri è previsto in aumento nei prossimi giorni, tanto da minacciare non solo la terza e ultima prova (per chi legge in programma la notte scorsa), ma anche la gara stessa.

Speriamo in bene e intanto registriamo le parole di Christof, che dopo le recenti delusioni in coppa del mondo (tre cadute nelle ultime tre discese dopo aver brillato in prova) tiene i piedi ben piantati a terra: «E' stata una prova irregolare, io ho preso una folata di vento che mi ha spinto da dietro, la velocità era più alta rispetto al primo giorno e quando si viaggia forte io rendo meglio. Non bluffo e non sogno, il miglior tempo me lo tengo, ma la gara purtroppo sarà un'altra storia e non mi sento certo il favorito. Non corro contro i bambini ma contro i migliori del mondo, servirà prendersi dei rischi e fare tutto alla perfezione». Già, in altre parole non sbagliare nulla, perché questa pista, definita facile all'unanimità, in realtà non perdona e fa tornare alla mente la discesa dei Giochi di Sarajevo 1984, quando il semi sconosciuto americano Bill Johnson batté tutti i favoriti e dopo la gara, a quelli che si lamentavano per l'eccessiva banalità della pista, lui rispose per le rime: «Se era tanto facile perché siete andati così piano?».

Cosa succederà dopo lo vedremo, sul prima possiamo dirvi che i grandi favoriti (Kjetil Jansrud in testa) sembrano molto tranquilli e sicuri di sé. L'unico ad aver abbandonato il parterre dopo la prova con aria davvero scocciata è stato Dominik Paris, che ce l'aveva con il vento, sì, ma anche con la decisione della giuria di spostare all'ultimo momento una porta su un salto che in caso di raffiche improvvise sarebbe diventato pericoloso. «Questa pista mi piace sempre di meno» ha buttato lì andandosene veloce verso l'albergo. Di tutt'altro umore Peter Fill, che avrebbe avuto mille motivi per lamentarsi e che invece pare sereno e pacifico più del solito: «Avevo il numero 1 ed ero già pronto a partire quando mi hanno bloccato per spostare la partenza più giù. Poi mi hanno detto che avevano spostato una porta, non ci capivo più niente, ma ho dovuto adattarmi, sono sceso senza rischiare, per la gara sarà un'altra storia e resto fiducioso. Sto benissimo qui, vero che isolati a Jeongseon lo spirito olimpico si sente poco, ma per ora penso alle gare, lo spirito olimpico spero di sentirlo sul podio dopo aver vinto una medaglia!». «Occhio non vede cuore non duole», gli fa eco Innerhofer: lui preferirebbe stare nel cuore dei Giochi e ieri, come Fill, si è preso una serata di libertà e ha sfilato per la prima volta in vita sua alla cerimonia di apertura, prima di tornare lassù, nella desolata e desolante Jeongseon che da oggi a venerdì prossimo vivrà il suo momento di gloria prima di ripiombare nel nulla. E' infatti storia di ordinaria Olimpiade il progetto di smantellare la cabinovia e piantare migliaia di alberi per riportare la zona com'era prima che i Giochi venissero assegnati alla Corea, che sta allo sci alpino come l'Italia sta al baseball.