Inter, armonia Champions di facciata

Spalletti insiste su Icardi, «qualcosa è mancato»: le scuse. Ma prevale l'interesse comune

Il lieto fine nel calcio può essere uno e uno soltanto. La vittoria. E allora si può dire che il lieto fine in casa Inter, per ora, c'è stato ed è stato pure doppio. Dopo 53 giorni di auto esilio e capricci e polemiche, Mauro Icardi è tornato, ha segnato, ha fatto un assist e l'Inter ha vinto. Tutto perfetto? Macché, in casa Inter la serenità è sempre un optional.

A fronte di una pace ritrovata in campo, un po' di caos rimane. L'attaccante argentino è sceso, finalmente, in campo anche senza la fascia da capitano che la società ha deciso di togliergli e ha giocato bene. Il gruppo sembra aver accettato il suo rientro dopo le inevitabili resistenze. Il comportamento di Icardi infatti non è stato gradito dai compagni. Non si può chiamarsi fuori dalla contesa per un capriccio adducendo motivazioni fisiche a cui nessuno ha realmente creduto. Ma mercoledì a Genova si è visto un cambiamento. I compagni che lasciano l'onere del rigore a Icardi e si complimentano con lui dopo il gol. Addirittura Icardi e Perisic (per settimane nemici giurati, specie a causa delle sparate della moglie-manager Wanda) che si cercano e si passano la palla, fino all'assist al bacio che l'argentino regala al croato. Nonostante i fischi e gli insulti dei tifosi. E Spalletti? Alla vigilia della sfida con il Genoa aveva detto «Da questa vicenda nessuno esce vincitore», ma alla fine il vero vincitore, pur con qualche sbandata, è stato lui. Già perché in definitiva quello che voleva è quello che è successo.

Icardi che si rimette a lavorare a testa bassa con il gruppo, il gruppo che lo accetta, lui che torna e segna ma solo quando ha voluto il tecnico, ovvero dopo un turno punitivo fuori dal campo, contro la Lazio. «Ci sono dei momenti in cui bisogna dire questa non te la lascio passare neanche se paghi e non passa, anche se se ne pagano le conseguenze», ha detto Spalletti dopo la partita con il Genoa. Tutto giusto, perché come ha sempre detto l'allenatore prima di tutto viene il bene dell'Inter e il rispetto per il gruppo. Lo spogliatoio, si sa, è sacro e Spalletti lo ha difeso strenuamente. Quindi ha vinto lui. Il problema dell'allenatore è che non si accontenta e ha la tendenza a voler stravincere. E così dopo la partita con la Lazio, quando tutto sembrava potersi avviare ad una conclusione serena, se ne è uscito con la sparata «Icardi non è né Ronaldo né Messi e la trattativa per tornare a vestire la maglia dell'Inter è stata umiliante». E anche l'altra sera ha voluto puntualizzare. «Mi aspettavo che ci fosse questo passo da parte di tutti tutti tutti, qualche cosina è mancata ma ora secondo me con questa vittoria va a posto». Come per sottolineare che lui, le scuse davanti al gruppo di Icardi le voleva eccome e ha fatto un passo indietro per il bene comune. Ma non è del tutto soddisfatto. Questione di testa, di principio, di spirito. Fatto sta che Spalletti, alla fine della fiera, si è fatto rispettare e ha mostrato il pugno duro. Usando la clava prima, alternando bastone e carota poi. Possibile che siano le ultime decisioni della sua avventura interista perché il fantasma di Antonio Conte continua ad aleggiare sulla Pinetina. Ma intanto la sua Inter è terza. Con dei limiti ma comunque alle sue condizioni. Alla fine Spalletti, non può dirsi che non abbia vinto. E, questa volta, l'Inter con lui.