Inter padrona sempre sotto esame

A dispetto dei gol fatti (4) e subiti (0) col Frosinone, è sempre l'Inter col suo primato a dividere e a far discutere la platea dei critici e non solo

A dispetto dei gol fatti (4) e subiti (0) col Frosinone, è sempre l'Inter col suo primato a dividere e a far discutere la platea dei critici e non solo. Perché nel dibattito seguito al ritorno della Beneamata sul tetto della classifica, ieri sono intervenuti anche due ex ct, di diversa estrazione, a rendere ancora più attraente la discussione. Ha cominciato Arrigo Sacchi che non è nuovo a sollevare censure aspre sullo stile italianista dell'Inter di Mancini. «Il suo è un calcio antico, vecchio, rivisitato da una persona con le idee chiare ma che va bene in un paese dove la vittoria è tutto» la scomunica del rivoluzionario di Fusignano seguita dallo spiraglio intravisto grazie «a un gruppo di allenatori stilisti, ottimisti, creativi» tra i quali, pur senza una citazione diretta, è possibile iscrivere il napoletano Sarri. In opposizione a Sacchi, Cesare Prandelli che ha colto invece nel primato dell'Inter i segni distintivi della marcia tricolore («non si è in testa dopo 13 turni per caso») grazie a un calcio «che è fisico, grinta e qualità». Forse, a ben soppesare giudizi e interventi, il distinguo più clamoroso è quello firmato da Vialli, opinionista di Sky e antico sodale di Mancini ai tempi della Samp. «Prima o poi deve battezzare un sistema di gioco e tirare dritto con quello» la prima martellata alla novità del metodo manciniano (ogni partita uno schieramento e un sistema di gioco diversi) seguita dalla seconda («Icardi con Jovetic e Ljaljic non mi hanno convinto»). È il bello del calcio, verrebbe da chiosare. D'accordo, ma per trovare una spiegazione convincente al primato interista l'unico modo è rifugiarsi nella striscia di numeri. Nel calcio in particolare, non mentono mai.E maneggiandoli con cura si colgono al volo due particolarità: l'unità del gruppo, la solidità della difesa. 21 fin qui i calciatori utilizzati dal primo minuto da Mancini nelle 13 gare: significa aver coinvolto a più riprese la stragrande maggioranza dello spogliatoio che non a caso può pubblicare su instagram la foto della festa privata dopo le 4 pappine rifilate al Frosinone, tutti con una posa (tenendosi il mento) che è uno sfottò nei confronti di Brozovic. Il vero capolavoro tecnico, realizzato a metà tra Ausilio (l'uomo-mercato) e Mancini (l'uomo del campo), è stato la rifondazione della difesa, una volta nota come la banda del buco (Ranocchia e Juan Jesus). Con Miranda e Murillo coppia centrale utilizzati insieme, la tabella di marcia è entusiasmante: 5 successi e 2 pareggi, 9 volte su 13 mai preso gol, proprio come accaduto nelle ultime quattro sfide, evento rintracciabile sugli almanacchi solo nel novembre del 2009, stagione del Triplete. È anche vero che davanti a quel muro (Handanovic, contro la Roma e non solo, è stato insuperabile), la trincea costruita con Felipe Melo e Medel all'accorrenza ha contribuito a reggere i confronti più impegnativi. Ma non è una novità: la prima pietra di uno scudetto è da sempre una difesa blindatissima. Miranda è considerato il leader della gendarmeria e non è neanche qui un caso se nelle Seleçao è riuscito a togliere il posto addirittura a Thiago Silva, un mostro sacro. Naturalmente per gli scettici e per i puristi, la prova del nove è già fissata per lunedì prossimo a Napoli, al cospetto della squadra che fin qui, con la Fiorentina, ha raccolto i maggiori consensi. Negli scontri diretti la contabilità di Mancini è in bilico: due successi (contro Milan e Roma), un pareggio (Juve), una sconfitta (Fiorentina). Basterà forse superare l'ostacolo Higuain per convincere tutti, proprio tutti.