"Io come Che Guevara Imitato ovunque tranne che in Serie A"

Il tecnico oggi compie 70 anni: «Sono un rivoluzionario guidato dall'amore. Il calcio? Un grande sentimento ricambiato»

Carissimo Arrigo, lo sa che a 70 anni è considerato ancora il vero rivoluzionario del calcio italiano?

«Non so se sono stato un autentico rivoluzionario. Mi hanno segnalato una definizione che mi si addice. Ed è la seguente: Lasciatemi dire, a costo di sembrare ridicolo, che il vero rivoluzionario è guidato da grandi sentimenti di amore. È di Che Guevara».

Amore per il calcio?

«Certo. E credo di averlo dimostrato fin da bambino. All'età di 8 anni, mentre ero al mare, i miei genitori mi persero di vista. Mio padre mi ritrovò seduto al tavolino di un bar dove c'era uno dei rari televisori, stavo guardando una partita del mondiale del '54».

Per molti, forse la maggioranza, la sua è stata soltanto una splendida teoria

«A proposito della teoria feci una battuta al presidente Berlusconi. Un giorno mi chiamò per dirmi d'aver scelto un certo allenatore per il Milan. Mi spiegò: sa tutto di calcio. Gli risposi: Dottore, secondo Einstein la teoria è quando uno sa tutto ma non funziona nulla. Torniamo al mio caso: ho dimostrato soprattutto con la pratica che il mio calcio è possibile».

Come è nata la sua passione per il calcio spettacolo? Passando dall'Olanda che è stata la sua Damasco?

«Sono nato in un paese, Fusignano, dove un bibliotecario, Alfredo Belletti, mi affidò a 27 anni la guida della locale squadra di calcio. Non c'erano soldi a disposizione e avevamo bisogno di un libero. Gli chiesi: come facciamo? E lui prese una maglia col numero 6, me la diede e rispose: pensaci tu con il lavoro, le idee e il gioco. Bastarono tre parole per accendere la lampadina».

È poi vero che ha avuto l'ossessione della vittoria?

«Semmai ho avuto l'ossessione della perfezione perché sono uno eternamente insoddisfatto. Quando ho cominciato la carriera di allenatore sentivo lo stesso ritornello: sì la sua squadra gioca bene ma non vince. Ho pensato dal primo giorno che la vittoria senza merito fosse una mezza vittoria, mentre la bellezza del gioco aiutasse la vittoria e provvedesse ad amplificarla. Proprio come è accaduto col Milan dove ho avuto due fortune».

Quali?

«Quella di essere stato scelto da Silvio Berlusconi, uno che è stato come una valanga precipitata in uno stagno per il calcio italiano dell'epoca. Seconda fortuna: aver lavorato a Milanello con un gruppo di giocatori diffidenti ma non prevenuti nei confronti miei e dei miei metodi di lavoro. Qualche anno prima, a Rimini in serie C, mi ero scontrato con un giocatore proveniente dalla serie A che diceva ai suoi colleghi: non ho mai fatto queste esercitazioni».

Eppure c'è ancora chi pensa che i suoi successi in rossonero siano merito esclusivo dei tre olandesi

«Che insieme, tutti e tre, han giocato pochissimo. Ma credo che la migliore risposta sia contenuta in un giudizio di Mark Hughes, che in un convegno inglese mi chiese: Come ha fatto a costringere gli italiani a correre in avanti anziché indietro com'erano abituati da decenni? Prendete Cruyff: era meno bravo di Puskas ma il fatto che si muovesse con la squadra e per la squadra giocando a tutto campo ne ingigantiva la perfomance. Prendete Messi: perché col Barcellona domina la scena e con l'Argentina che pure è frequentata da altri campioni non vince mai? La mia spiegazione è questa: perché manca quella magia che si chiama gioco, il quale non è un elemento astratto».

In Nazionale ha sfiorato la grande impresa

«Ero un allenatore part-time, quasi virtuale. Hai tante idee ma non puoi provarle. Perciò non condivido le critiche a Conte: se non fai le prove in queste occasioni, quando le puoi fare? Se gli azzurri faranno sistema, tireranno fuori un europeo con i fiocchi. Capitò anche a me lo stesso destino: prendemmo in amichevole due batoste da Francia e Germania e capii che un certo sistema di gioco, un 4-2-2-2, non faceva per noi. A Pasadena, finale mondiale, comunque fu l'unica volta in cui mi sentii soddisfatto: eravamo andati oltre le nostre possibilità perdendo ai rigori col Brasile».

Si dice anche: Sacchi non è andato d'accordo con le prime donne, tipo Baggio, Van Basten

«Qualche settimana fa sono stato in Olanda invitato da Gullit a parlare di calcio. E Rijkaard mi ha confidato che proprio Van Basten, ricordando i nostri tempi, gli ha detto: noi del Milan di Arrigo eravamo dieci anni avanti a tutti».

Adesso ci dica il suo podio mondiale di allenatori...

«Mourinho per carisma e comunicazione, Ancelotti per duttilità, date 11 portieri a Carletto e ne farà una squadra, Guardiola per didattica ed evoluzione del gioco».

Caro Arrigo, al traguardo dei 70 si può dire che ne è valsa la pena?

«Ho dato la vita al calcio e sono stato ricambiato da una gioia unica per aver provato emozioni indescrivibili. Il guaio è che se a 70 anni passo ancora per un innovatore, vuol dire che il nostro è un Paese fermo».

E delle sue idee di calcio cosa è rimasto?

«Ero a una partita dell'under 21, Italia-Danimarca, con Costacurta: i danesi hanno giocato con pressing e personalità. A fine partita Billy ha commentato: Ci hanno copiato in tutto il mondo tranne che in Italia».