«Io quasi re. Però non chiamatemi padrone»

HautacamDa piccolo lo chiamavano «la pulce dei Pirenei». Aveva sette anni, era piccolo piccolo, magro magro, ma in bicicletta lasciava a bocca aperta tutti: si capiva già allora che quel bimbetto un po' segaligno aveva qualcosa di unico. Gli amici di suo papà lo avevano ribattezzato così, «la pulce dei Pirenei», come uno dei più grandi scalatori del ciclismo epico, Troeba, spagnolo che di nome faceva Vincente, che è Vincenzo in spagnolo. «È vero, questo è stato il mio primo soprannome, ma dopo qualche anno cominciarono a chiamarmi lo "squalo dello stretto" e a me va bene così, perché di pulce, nella storia del ciclismo ce n'è già stata una…».

Vincenzo si fa in quattro, per i suoi compagni di squadra, più volte messi sul banco degli imputati in questo Tour, perché per molti osservatori non all'altezza del loro compito: «La squadra ha lavorato alla grande per questo volevamo una vittoria anche sui Pirenei - spiega -. I miei compagni hanno svolto un lavoro eccezionale ogni giorno, oggi la volevo davvero. Il Tour è immenso, sono felice che in Italia si parli di me e di quello che stiamo facendo qui in Francia. La Grande Boucle di quest'anno è stata davvero durissima, piena di tranelli, ma per me finora perfetta».

Gli chiedono: possiamo dire che sei il padrone del Tour? «Quasi, ma fino a Parigi non me lo sentirete dire. Ho un vantaggio considerevole, ma non è finita. Mancano 400 km al vero traguardo». E ancora: «Forse sono partito un po' presto, ma quando ho visto scattare Horner gli sono andato a ruota perché non potevo lasciarmi sfuggire la tappa. Rispetto a due anni fa, questo Tour è stato più duro, con tanti arrivi in salita e il bisogno di gestire la corsa in modo diverso rispetto a quello che fecero Wiggins e la Sky».

Ma non mancano le domande velenose. Come quando gli fanno notare che il suo patron, Vinokourov, l'ha già definito «il padrone di questa corsa» e che però l'ultimo «padrone del Tour» si chiamava Lance Armstrong. «Certo che lo so, - ribatte Vincenzo - ma io non sono un padrone, e la mia storia è ben diversa da quella del corridore texano. La mia crescita l'avete vista tutti: anno dopo anno un passettino per volta. Il primo piazzamento 18° al Tour, poi settimo, poi terzo ora in maglia gialla. Al Giro settimo, terzo, poi secondo e primo. Alla Vuelta uguale. Insomma, non sono nato dal nulla e oggi sono il più bravo, non il padrone. La cosa è ben diversa».