«Io, simbolo italiano di una città... straniera»

A Helsinki '52 vinse nel fioretto. «Ricordo il ritorno a Trieste tappezzata di tricolori per me»

Luca TalottaRicordare nella vita è essenziale. E c'è chi, di ricordi, ne ha davvero tanti da condividere: Irene Camber, classe 1926, una vita spesa per lo sport, tra gioie e dolori, l'incubo della guerra e le Olimpiadi. Lei, la medaglia d'oro olimpica più longeva del movimento sportivo italiano, oggi spegnerà 90 candeline. Signora Camber, le pesa la medaglia conquistata nel fioretto a Helsinki 1952?«Non sento nessun peso, lo sport mi ha dato tanto; successi, certo, ma anche la possibilità di viaggiare, conoscere, vedere posti. Ho vissuto tutto senza pensieri, forse è questo che mi ha aiutato». Lei è nata a Trieste, cosa ricorda dei suoi luoghi natali?«Trieste è una bellissima città, ho tanti ricordi legati all'infanzia; rimane indiscutibilmente una città particolare, che vede il mondo in una maniera diversa. Ebrei o non ebrei, siamo tutti triestini, non c'è differenza».Il suo ricordo più bello?Al mio ritorno da Helsinki, raggiunsi in autobus Trieste, una città che non era italiana (lo diventerà solo nel 1955), ma ricordo il tricolore alle finestre, la coda di lambrette che mi seguivano. Io, simbolo italiano in una città che si sentiva italiana ma non lo era».Com'è nato il suo legame con la scherma?«Inizialmente con mia sorella facevamo ginnastica ritmica e la mamma ci veniva a prendere; un giorno sbagliò porta ed entrò in una sala di scherma: 'Oh che bello, ci porto mio figlio', disse. Riccardo amava solo lo studio, ma alla fine ci iscrivemmo tutti e tre. Mia sorella durò tre mesi, mio fratello cinque anni. Io nel 1940 vinsi la prima gara; nel 1942 arrivai in finale ai campionati italiani».La guerra rovinò tutto...«Persi mio padre a 15 anni, era soldato in Albania; avevo lasciato la scherma, non c'erano gare e mi dedicai al pianoforte. A Trieste c'erano i bombardamenti, bisognava nascondersi in cantina. Un'amica ebrea era venuta da noi per evitare i tedeschi, che avevano base al palazzo di Giustizia, di fronte casa mia. Quando sparavano le pallottole entravano in casa...».Cosa ricorda della medaglia d'oro a Helsinki?«Tutti gridarono alla sorpresa, ma due mesi prima avevo già battuto l'ungherese Elek. A fine gara venne da me e mi abbracciò. Negli anni è diventata mia amica, merito suo se sono entrata nella scherma internazionale».Le persone più importanti della sua vita sportiva?«Il mio maestro, Carlo De Palma, uno che aveva insegnato anche in Ungheria. Io abitavo al numero uno, lui al tre. Veniva quasi a prendermi a forza per fare lezione. Per ogni atleta deve essere chiaro chi è il maestro che fa l'allievo. Oggi questa idea manca, i giovani pensano solo ai soldi. Io no: io ho lavorato, ero laureata in fisica industriale, ho insegnato...».L'altra grande figura, suo papà Giulio Camber Barni.«Era avvocato, mi ricordò mi portò a Napoli ad una gara per il titolo italiano; per entrare in finale dovevo sperare che perdesse un'altra atleta. Rimasi fuori. Mi disse: 'Ti aspettavi di entrare in finale perché un'altra doveva perdere? Le cose te le devi conquistare'».Il suo più grande dispiacere?«Essere lasciata fuori squadra nella gara contro l'Ungheria alle Olimpiadi di Roma 1960, quando conquistammo il bronzo. Ma si vede che il ct aveva idee diverse».Rifarebbe tutto quanto?«Sì, perché il mio è stato un percorso ragionato. Allo sport devo grandi cose, come i viaggi in Russia nel 1955».Un messaggio ai giovani?«Siate onesti, cercate sempre di fare le cose per il meglio e chiedete aiuto al maestro; abbiamo bisogno anche degli altri, nello sport come nella vita».