"Io, quella sporca dozzina... e il sogno di Bonucci in gol"

Fabrizio segnò nella finale Champions '96 vinta dalla Juve Sono 12 gli italiani ad esserci riusciti. «Ne sono orgoglioso»

C'è un uomo mascherato in quella sporca dozzina. Tra i dodici italiani che hanno segnato in una finale di Coppa Campioni-Champions League c'è anche Fabrizio Ravanelli. L'attaccante che festeggiava coprendosi il viso con la maglietta. Un'esultanza nata per caso e diventata un marchio di fabbrica alzando la coppa con le grandi orecchie. L'ultima vinta dalla Juventus. «Ventuno anni dopo è arrivato il momento che qualcuno prenda il nostro posto. Ci credo e sarò a Cardiff», attacca Ravanelli che non ha perso l'istinto del gol.

Lei insieme, tra gli altri, a Prati e Sandro Mazzola, Maldini e Del Piero, fino a Filippo Inzaghi, l'ultimo italiano a segnare in una finale Champions...

«Non sapevo che fossimo in così pochi. È una notizia eccezionale quella che mi sta dando. Mi riempie di orgoglio».

Come le è venuto in mente di tirare da quella posizione quasi impossibile, praticamente dalla linea di fondo campo?

«Non potevo fare altro... in area non c'era nessun compagno. Anche perché solo un giocatore su dieci in una partita del genere sarebbe andato a fare pressing da solo. Ma io ci ho creduto».

Un gol nato solo dalla sua natura di attaccante?

«No, è stato pensato. Perché studiando l'Ajax mi ero accorto che i suoi difensori per troppa sicurezza nei propri mezzi tecnici a volte commettevano errori».

Come si prepara una finale di Champions?

«Non me lo dica, quante notti ho perso...».

La sua Juventus e quella che sabato affronta il Real Madrid si assomigliano, entrambe votate all'attacco?

«È vero, entrambe nate dopo una sconfitta: per noi la svolta fu Foggia, per Buffon e compagni Firenze. Ma puoi giocare in questa maniera solamente se i primi difensori sono gli attaccanti».

Lei non si è mai tirato indietro, Mandzukic il suo erede?

«Mario è perfino più commovente di me per disponibilità al sacrificio, per la propensione a fare fatica, ma oltre al croato va sottolineato anche il lavoro di Higuain e pure di Dybala».

Altre analogie?

«Il cammino per arrivare alla finale. Noi nei quarti eliminammo proprio il Real Madrid mentre Buffon e soci il Barcellona, due spagnole; in semifinale entrambe hanno battuto una rivelazione: noi il Nantes e loro il Monaco, due francesi; in finale a noi toccò l'Ajax e alla Juve il Real Madrid, in entrambe le occasioni i campioni in carica».

Anche oggi come nel '96 i bianconeri non partono sfavoriti?

«La squadra di Allegri parte alla pari, 50 e 50 di possibilità. I bianconeri hanno autostima, consapevolezza e la cattiveria giusta. Dico che il gap è diminuito».

Da attaccante contro quale delle due difese non vorrebbe giocare?

«Quella della Juventus senza dubbio. Un muro invalicabile. Hanno testa, autostima e non sono presuntuosi».

E sempre da attaccante quale dei due attacchi preferisce?

«Quello della Juve non ha nulla da invidiare a quello del Real Madrid con Dybala che può essere tra i primi tre al mondo. Ma mi faccia dire che anche il mio attacco non era male: Baggio, Del Piero, Vialli... Sono stato fortunato».

Come è iniziata la sua fortuna?

«Una telefonata di Boniperti a mio padre a notte fonda... Mi ricordo ancora quel viaggio per andare a Torino».

Cosa rappresenta per lei l'ex presidente?

«Gli devo tutto, mi ha voluto fortemente e mi ha fatto realizzare tutti i miei sogni».

Quali flash di quella avventura, oltre alle vittorie, sono stampati nella sua memoria?

«Il primo allenamento con Trapattoni, che emozione. E poi la visita al campo di Agnelli e Gorbaciov, insomma due che hanno fatto la storia».

E la sua ultima partita fu proprio la finale di Roma di Coppa Campioni?

«Tornassi indietro non andrei via dalla Juve. Ma non fu per colpa del cambio in quella partita».

Ha chiuso comunque con un gol pesantissimo. Chi vorrebbe fosse il tredicesimo italiano, il suo erede alla Juve?

«Dico un nome: Bonucci, anche per tutto quello che ha vissuto a livello familiare».