«Italbici che delusione Gli altri corrono E noi li rincorriamo»

Per i francesi è un vero monumento del ciclismo italiano. Uno di quelli che ha fatto grande il Tour e viceversa. Questa mattina ha preso un aereo per Parigi e questa sera anche Felice Gimondi sarà sui Campi Elisi, con tutti i grandi della Grande Boucle, da Eddy Merckx a Bernard Hinault, passando per Indurain e Chris Froome.
Felice Gimondi di Tour ne ha corsi in carriera cinque: una vittoria e quattro piazzamenti nei dieci: insomma, è uno che se ne intende.
Le è piaciuto questo Tour?
«Così così: qualche tappa, per il resto l'ho trovato anche molto noioso».
Cosa pensa di Froome?
«Ha stravinto. È stato di gran lunga il più forte. L'hanno messo in crisi solo il vento (leggi ventagli, ndr) e una crisi di fame. Per il resto ho avuto qualche brutto pensiero sul Mont Ventoux, ma poi mi sono anche tranquillizzato».
Cosa pensa, invece, di quello che hanno fatto i nostri ragazzi?
«Il primo dei nostri è Davide Malacarne ad oltre un'ora e mezza dalla maglia gialla... Abbiamo vinto una bellissima tappa con un ragazzo molto interessante come Matteo Trentin. Mi ha confortato il terzo posto sull'Alpe d'Huez di Moreno Moser, che al suo primo Tour, a soli 22 anni, è arrivato a Parigi e ha chiuso la corsa in crescendo. Ho apprezzato tanto Tosatto e Bennati, che hanno fatto un grandissimo lavoro per Contador. Poi bene De Marchi, qualche volatina con Roberto Ferrari e Comolai, qualcosa l'ha fatto vedere anche Francesco Gavazzi. Però diciamocelo: abbiamo davvero fatto pochino. Soprattutto a livello di classifica generale. Come se non ci fossimo stati».
Come mai secondo lei?
«Cambio generazionale ma anche poco coraggio. Quanti nostri corridori sono entrati in una fuga? Pochi: gli altri corrono, noi rincorriamo. Gli altri fanno la corsa, noi la subiamo. Io, al Giro del'65, quello vinto dal mio capitano Vittorio Adorni e concluso da me appena 22enne terzo, provavo a fare il furbetto appena potevo».
Cosa pensa di Damiano Cunego?
«Non lo decifro più. Ci avrei scommesso la casa qualche anno fa. Ero convinto che fosse un piccolo grande fenomeno. Ora è solo un fenomeno: indecifrabile».
Ma lei è ottimista o pessimista?
«Io sono realista e dico che il ciclismo italiano deve accendere un cero per avere un ragazzo di talento come Vincenzo Nibali. È l'unico ad avere una statura internazionale: l'unico che può sperare un giorno di vincere anche il Tour. Dietro di lui però ci sono ragazzi interessanti, come Trentin, Moreno Moser, questo De Marchi, ma anche Ulissi, Aru e Cattaneo. Bisogna avere pazienza. Tanta pazienza».
Cosa pensa della lettera di Pat Mc Quaid inviata ai genitori di Marco Pantani sulla questione del riesame dei campioni di urina del Tour'98: se dovesse esserci nella lista il nome di Marco, l'Uci ha assicurato che non farà nulla.
«Poteva dirlo subito e ad ogni modo io penso che non andavano tolti i Tour nemmeno a Lance Armstrong. Il texano ha ammesso le proprie colpe per la giustizia ordinaria, ma per quella sportiva, secondo me, una volta che un risultato è stato omologato è acquisito. Punto. Altrimenti non la si finisce più».