«Italia, copia la Juve Rischia e gioca a calcio»

Cracovia. Per un giorno, poche ore dopo il deludente 1 a 1 con la Croazia, lo spogliatoio dello stadio municipale di Cracovia prestato alla Nazionale, è diventato una casa di vetro. Cesare Prandelli, ct dell'Italia dal gol raro e dal fiato corto, ha avuto il merito di spalancarci le porte e di farci ascoltare le voci di dentro, senza il tradizionale filtro della burocrazia federale. Attraverso il suo racconto e taluni giudizi tagliati con l'accetta, in qualche caso persino spietati, è come se avessimo assistito al rapporto tenuto per quasi 70 minuti dinanzi alla platea completa dei 23 cavalieri della tavola azzurra. «Non penso di cambiare modulo, loro sono convinti e questo non è il momento di togliere sicurezza agli interpreti. Perciò De Rossi resterà il perno della difesa a 3», il primo annuncio del Ct disposto a dare ascolto al gruppo juventino presente in misura massiccia nel club Italia.
«Ci faccia giocare ancora così» hanno ripetuto in coro Bonucci, Chiellini e lo stesso De Rossi, diventato il sostituto di Barzagli e da quel giorno entrato nel metabolismo del nuovo ruolo con una convinzione inattesa. Attenti, Prandelli non è il tipo da fidarsi ciecamente dei suoi. Per esempio sullo stato fisico ha ricevuto risposte confortanti. «A sentirli stanno tutti bene e invece io mi fiderò solo dei test raccolti nelle prossime ore» è il distinguo del Ct come per sottolineare il suo ruolo decisionale. Alle viste almeno due, forse tre i cambi per lunedì contro il Trap: candidati i due finti terzini, Maggio e Giaccherini più Thiago Motta, il più spolpato dei centrocampisti.
Sulla rampa di lancio Abate e Balzaretti, rimpiazzi naturali sui binari; Diamanti, segnalato in grande spolvero anche nell'allenamento di ieri mattina, la possibile sorpresa dall'inizio o in corsa. «Bisogna rinfrescare il gruppo per la terza partita» è l'idea guida. E non solo per quel cedimento clamoroso registrato nell'ultima mezz’ora. «Non è una questione fisica, semmai di testa», colpa cioè di vecchie e discutibili abitudini, del calcio all’italiana insomma, difficili da sradicare e che rispunta nell’ora che volge alla qualificazione. «Bisogna invece lavorare sull'esempio offerto dalla Juve che ha una mentalità europea, rischiando qualcosa d'accordo ma solo così possiamo farcela. Perché se giochiamo a calcio, siamo una buona squadra, se ci difendiamo mille paure ci assalgono», la convinzione radicata nella testa di Prandelli che ha davanti una classifica avvilente da sventolare. «Basta dare un'occhiata al ranking Uefa delle nazionali giovanili, siamo al diciassettesimo posto, per capire il futuro che ci aspetta» lo scenario prefigurato. Sembra passato un secolo dalla rivoluzione copernicana del Milan di Silvio Berlusconi e Arrigo Sacchi.
Rassicurante con la costola juventina della Nazionale, precettore inflessibile con Balotelli, messo sotto processo dalla critica dopo la Spagna e difeso invece al culmine della seconda sostituzione. È la stampa, bellezza. Prandelli, che ne è consapevole, si ritaglia solo una battuta sull'argomento: «Tutta la stampa voleva Mario in tribuna». Verissimo. E allora perché cambiarlo nel momento del bisogno? «Semplice. Per 15 minuti mi sono sgolato, per suggerirgli la posizione più utile. Se va incontro alla palla, deve tenerla e far salire la squadra, altrimenti soffriamo. Se vogliamo bene a Mario, bisogna dirglielo, altrimenti non crescerà» la didascalica spiegazione di Prandelli, offerta in pubblico, davanti a tutti gli azzurri che hanno ascoltato in religioso silenzio. E apprezzato il metodo.
A inseguire le motivazioni di questo malinconico mistero chiamato gol c'è anche il rischio d'imbattersi in un ragazzo, Mario appunto, schiacciato dal peso della responsabilità, un solo centro in 10 partite il suo score. «Può essere che accusi l'emozione, certo la squadra deve sapere cosa fa Mario perché tutti insieme torniamo vincitori o sconfitti da questo europeo» la risposta del Ct che non deve assolutamente far pensare a un proposito di metterlo da parte. No, proprio no.
Perché? «Perché Di Natale nell'Udinese ha una squadra che gioca per lui, Totò mi può garantire 30-40 minuti» le altre certezze. E insieme, i due, Di Natale e Balotelli, spaccherebbero la squadra in due tronconi. Perciò la strana coppia non si cambia: è quella, con Cassano che «non si sta risparmiando». Da evitare semmai è il difendere con affanno, «giocare di pancia, senza ragionare», come accaduto negli ultimi 30 minuti contro la Croazia. Traditi dall'errore «del migliore in campo», Chiellini. «Lo ha riconosciuto lo stesso Giorgio» l'ultima informazione passata da Prandelli.
Solo allora ha richiuso lo spogliatoio e lasciato fuori i cronisti.