Je suis Buffon, la lezione del capitano

I francesi esaltano il portiere che ha zittito i fischi alla Marsigliese

Potevo capire, non giustificare, quelli della banlieu parigina che fischiarono l'inno, perché loro non avrebbero mai preso la Bastiglia e non sanno di certo che cosa sia stato il canto di guerra per l'Armata del Reno, poi la Marsigliese. Ma quelli dello stadio San Nicola? Quelli che se Parigi avesse lu mere sarebbe na piccola Beri? Quelli che non sanno chi sia stato Joachim Murat-Jordy ma conoscono Gioacchino Murat che sarebbe la stessa persona naturalizzata tra il lungomare e il canalone barese. Le mura murattiane non sono un calembour, ci risiamo con sti francesi, un gioco di parole ma quella cinta che agli inizi dell'800 il re di Napoli, il Murat appunto, fece erigere a Bari, e dal parente di Napoleone presero quindi il cognome. Fu quell'opera la svolta per rendere più moderna e sicura la città.

Giovedì i cafoni da curva e da gradinata, gli ignoranti radunati per una partita di pallone hanno voluto farsi riconoscere, come i loro sodali di Charlie Hebdo che defecano la loro miserabile cultura (?!) sui nostri morti terremotati. Fischi, insulti, il repertorio del nostro meraviglioso pubblico quando al posto di Mameli c'è un qualunque altro di passaggio. Il Bataclan? Roba passata, chi se ne fotte di quei mangiarane presuntuosi.

Gigi Buffon ha zittito quella ciurma usando le mani grandi, ancora più grandi perché guantate, incominciando ad applaudire, celebrando così l'inno di Francia e, come in una ola, trasmettendo il messaggio di festa e rispettoso all'altra fetta del pubblico che non condivideva gli strepiti dei vastasi (dal greco antico, gli scaricatori di porto in dialetto barese).

Je suis Gigi, dunque, questo dovrebbe essere il segnale, lo stemma, il distintivo, il badge per dimostrare a tutti che ci sono anche italiani, e tanti, normali, veri, educati, rispettosi. Buffon è il capitano della nazionale, non quello che scambia i gagliardetti. È il caposquadra, come il capofamiglia, anche il capopopolo perché è bastato il suo gesto, semplice, immediato, un gol grandioso realizzato dal portiere, per rendere ridicoli gli insulti e i fischi che cadevano come letame. Così dovrebbe accadere sempre. I calciatori, gli atleti di sport, sono testimonial non soltanto negli spot pubblicitari ma possono, devono esserlo, nel loro lavoro, con le parole e con i fatti. È bastato un applauso, alzando le braccia al cielo quasi replicando alla sfida codarda, per far intendere alla parte buona che fosse il momento di dire basta. Così è stato e i francesi, ai quali già gli giravano, hanno celebrato, stupiti, il nostro capitano, quasi un eroe ma, per chi lo conosce davvero, una persona normale, sempre più uomo e sempre meno calciatore. Bari si prepara alla Fiera del Levante. Cacci fuori i mercanti dal tempio del San Nicola, viva il football come ha saputo fare per anni belli e lontani. E impari la lezione, in silenzio. Al massimo un sussurro: Je suis Buffon.

Commenti

giovauriem

Sab, 03/09/2016 - 10:26

je ne suis pas altri , je me suis , ormai nel modo si fa ognuno per se e dio(chi ci crede come me) per tutti .