Je suis européen

È come se l'Europa del calcio avesse innalzato un muro escludendo dal torneo quasi tutte le nazionali dell'Est Europa. Subito a casa Albania, Romania, Russia, Ucraina, Turchia e Repubblica Ceca oltre ad Austria, paese di confine, e Svezia tradita da Ibrahimovic. Dal marasma si sono salvate Slovacchia, Polonia e Ungheria. Appare lampante come i due blocchi si muovano a velocità differenti per motivi economici, tecnici e strategici. Ad eccezione di Russia e Turchia, che meritano un discorso a parte, il soldo fa la differenza. I campioni, ma anche i medi giocatori, difficilmente accettano di giocare in Romania, Ucraina e Repubblica Ceca dove il livello tecnico si appiattisce e non consente ai migliori giovani di migliorarsi, mettersi in evidenza, finire sul mercato. Se però hai un buon programma e non pensi di scavallare la storia in pochi mesi, puoi fare un balzo in avanti come è successo alla nazionale albanese in debito con la buona sorte. Il merito non è solo di De Biasi, richiesto a gran voce dall'Ucraina, ma anche di chi l'ha voluto e ne ha appoggiato la strategia su vasta scala.

Altrove non ci sono riusciti. Vedi la Turchia, orfana di talenti, che di più non poteva fare con il suo gioco scolastico: da quelle parti ci sarebbero anche i soldi per lavorare in profondità, ma ci sono anche i club che ragionano diversamente in una diaspora interna dai retaggi antichi e non fanno mai gli interessi della nazionale. Sembra di essere in Italia. In fondo al tunnel c'è la Russia che ha acciuffato fortunosamente l'Inghilterra, privandola fra l'altro del primo posto nel girone, salvo finire a fettine con Slovacchia e Galles. Ma c'è una spiegazione. A Mosca pensano di risolvere i problemi strapagando un allenatore, ieri Capello, domani, chissà, Pellegrini, senza risolvere i problemi di fondo. E' lontano il tempo di Lobanovskij che portò la Dinamo Kiev al vertice del calcio europeo e la nazionale sul podio dei Giochi nel 1976 e dell'Europeo nel 1988. In pratica la stessa squadra. Oggi Kiev è in Ucraina. Il calcio di laggiù, ormai senza identità, non ha ricavato nulla dagli stranieri. E il Mondiale del 2018 si affaccia dietro l'angolo non come una occasione, bensì come uno spauracchio che mette in ansia perfino il Cremlino.