Juve, Conte e l'Europa. "Finale" da non perdere

Europa League, stasera Fiorentina-Juventus. Dopo gli schiaffoni in Champions la Signora non può permettersi il ko con la Viola

Tra le tante finali che la Juve ha sognato, questa è l'unica che Conte non può perdere. E forse non è un caso che sia affiorata una vena di snobistico nervosismo anche nelle parole del tecnico. Sentite un po': «Cosa soffriamo della Fiorentina? Gli ultimi 20 minuti, così come loro soffrono i primi 70». Un po' poco, se non fosse intervenuto Buffon, con spirito diplomatico, a ricordare che la Fiorentina è composta da ottimi giocatori. «E anche loro hanno un bravo allenatore». Sintomi, segnali, pericolo. Anche se Firenze bolle, città esplosiva e storicamente antijuventina, già convinta di aver vinto questa finale. E Batistuta ha caricato l'attesa con una battuta sui famosi pranzi (buona la fiorentina ecc). «Io le mangerei le orecchie», detto a Lady Radio.
Non c'è equivoco: chiaro che qui trattasi di ottavi di finale, dunque solo un passaggio del turno ma per la Juve è la partita che chiude un conto. Non poteva esserci peggior scherzo del destino: la Signora è ad un bivio stagionale, non può permettersi di uscire dalla Europa League dopo essere stata malamente sbarcata dalla Champions. Soprattutto non può permetterselo ad opera di una squadra italiana, benchè la Fiorentina abbia dimostrato di esserle indigesta per tutta la stagione. L'1-1 dell'andata ha certificato i ghiribizzi del pallone: la Juve poteva vincere con margine, ma anche perdere. E Montella ora può permettersi di dire: «Sarà dura pure per loro, benchè siano abituati a competizioni d'alto livello».

Qui entra in campo la psiche, la psicologia applicata al pallone. Il tecnico della Fiorentina svolazza leggero: «Ho detto di giocare con gioia». Altra faccia rispetto a Conte che chiede rabbia e determinazione. «Perchè la pressione non manca mai, a prescindere la Juve deve sempre vincere», sostiene ricalcando uno stile vecchia signora bonipertiana. Il pallone però insegna che il peso sta tutto dalla parte di chi ha qualcosa da perdere. Certo che la Juve deve vincere, soprattutto stavolta. Vincere significa, anche e soltanto, pareggiare con due gol segnati: per passare il turno, comunque sia. Vincere significa non uscire fatta viola da una italiana. Tutti si, ma un'italiana no. Rovinerebbe l'immagine dello strepitoso passo dell'annata in campionato. Oppure che dire? In campionato inafferrabile killer, in Europa sbadata viandante. Sbadata o diversamente credibile? Finora le coppe le hanno rifilato gran schiaffoni: sono bastati i danesi del Copenaghen o i turchi del Galatasaray per respingerla. «Vero, il nostro habitat è la Champions, il grosso rammarico sta nella partita con i turchi», ammette il tecnico.

E qui sta la ragione di questo appuntamento killeristico del destino: uscire dall'Europa comporterebbe un'altra perdita di danaro per le casse (11 milioni arrivando in finale che vanno aggiunti ai 43,5 già garantiti dalla Champions), ma il bollino nero sulla stagione nelle coppe. Poi, certo, l'orgoglio bianconero chiama l'idea di arrivare alla finale dello Juventus stadium, mentre la razionalità di Conte preferisce il triplete scudetto, magari con contorno dei 100 punti. L'allenatore pensa alla sostanza, l'idea tifosa e societaria tiene conto anche del marketing esteso a tutte le ricadute.

Poi il campo proporrà il bello della sfida: Tevez e Osvaldo contrapposti al ritrovato assetto di Gomez. Gli architetti del centrocampo che nobilitano il gioco del pallone: Pirlo e Borja Valero. «Borja su tutti, è straordinario», è stato l'unico vero, appassionato, elogio di Conte ai fiorentini. Poi le due difese che fanno acqua: la Fiorentina ha debolezze nel dna, la Juve ha perso anche Ogbonna (problema muscolare), sono fuori Barzagli e Peluso. Alla faccia di chi si lamentava del presunto turn over. E, naturalmente, Conte non ha perso occasione per rinfacciarlo ai suoi critici: «É un momento critico, forse avrei dovuto farne di più».
Partita da credo e da preziosimi calcistici, il meglio delle panchine in campo. Montella l'ha ricordato facendo un elogio al collega. «É stato un orgoglio arrivare dietro a lui nella panchina d'oro». L'altro s'è dimenticato qualunque complimento: non può arrivare dietro. Stasera si gioca un'altra panchina d'oro: quella che conta.