La Juventus a Monaco sfida una falsa leggenda

Vincere all'estero tabù del calcio italiano ma così abbiamo costruito grandi imprese Bayern superiore, però Allegri sa che in 90'...

B come Bayern, come Berlino, come Borussia, tutta roba che ha a che fare con la Juventus e la coppa grande, finali e affini. C'è molto training autogeno in casa bianconera prima di questa partita che è davvero la partita, si prosegue o si scende, non esistono alternative. C'è molta suggestione e c'è molta riflessione sui propri mezzi e limiti oltre ai mezzi e limiti altrui. C'è poco, invece, da girare attorno al problema: il Bayern, con il Barcellona (ci risiamo con il fattore B), è candidato al titolo nazionale e continentale, roba che gli appartiene per censo e per almanacco.

Quale juventino pensa davvero di farcela domani sera? Lo deve credere, per motivare se stesso e il gruppo, ma la partita emana odori e non profumi. La Juventus sa di essere inferiore tecnicamente, non tatticamente certo; nel football, in novanta minuti, possono accadere molte cose ed è quello che ipotizza Allegri e con lui la squadra tutta. L'allenatore livornese ha giustamente detto che i suoi dovranno prendere lezione non dalla prestazione orgogliosa e produttiva, da lupi famelici del secondo tempo di Torino, nella gara di andata, ma da quel primo tempo da agnellini pronti al sacrificio, roba che se si dovesse ripetere a Monaco di Baviera significherebbe non soltanto la sconfitta e l'eliminazione ma la vergogna dinanzi all'avanzata bavarese. E siamo agli ottavi e non alla finale.

Ma che Juventus dovrà essere quella di domani? Prudente? Attendista (aggettivo che vorrei cancellare)? Coraggiosa? Sfacciata? Di certo i bianconeri avranno studiato e rivisto le esibizioni del Bayern, le lezioni servono per capire e apprendere anche se Maurizio Sarri pensa che chi si mette davanti agli schermi per osservare gli avversari è un penecefalo. Servono per migliorare e giocare all'estero come in casa. E' una dote che non appartiene al football italiano, secondo leggenda falsa. Abbiamo vinto mondiali e coppe non in edizioni casalinghe, dunque meglio sfuggire alle frasi fatte di opinionisti e docenti.

Lo stesso grandissimo Milan di Sacchi riuscì a vincere in coppa, in quattro anni, tre partite in tutto lontano da San Siro e non contro avversari irresistibili, anzi roba di seconda e terza fila, Vitosha Sofia, Hjk Helsinki e Bruges, ma si aggiudicò due storiche coppe dei Campioni consecutive. Sull'almanacco contano i risultati e la Juventus vince anche quando gioca maluccio, questa è la sua forza. Non lo ha detto un dipendente della real casa bianconera ma Mehdi Benatia, difensore marocchino del Bayern, uno che conosce bene il calcio italiano, romanista e juventino: «Quando ero con la Roma eravamo più forti di loro ma perdemmo 3 a 0».

Ora non mi sembra il caso che a Torino si montino la testa, una cosa era quella Roma un'altra questo Bayern e proprio la Roma conosce l'articolo in questione, nell'ottobre del Duemilaquattordici ne prese 7 in una volta sola proprio nel momento di euforia, di sicurezza, il sogno infantile portò all'incubo tremendo. Leggendo e ascoltando le parole di alcuni giocatori bianconeri si potrebbe pensare a un bis di quella notte poco maggica, da Bonucci a Marchisio a Evra, sembrano tutti andare oltre la fiducia, si stanno allargando insomma, ma è normale, è umano, è, in questo caso, professionale.

La squadra parte oggi con qualche dubbio di formazione (Chiellini non ce la fa, Mandzukic non è al meglio per un affaticamento muscolare) e la voglia strana di scoprire quale sia la verità. Il fatto che l'Uefa abbia nominato un arbitro, lo svedese Eriksson, già presente in un'altra impresa juventina a Madrid che portò alla finale di Berlino, illude soltanto le belle gioie nostalgiche. Il football e il campo sono un'altra cosa.