L'Argentina fa spettacolo gli azzurri si consolano

Roma Papa Francesco, telespettatore d'eccezione di Italia-Argentina dal residence di Santa Marta, di calcio è sicuramente appassionato. E per quanto possa “amare” allo stesso modo le nazionali di Italia e Argentina, ieri sera non si sarà certo divertito. Certo, non ci sono stati isterismi e colpi proibiti, ma lo spettacolo ha lasciato a desiderare almeno per un'ora. Così ai sudamericani orfani di Messi (e hai detto poco…), è bastato un Higuain in grande spolvero per soggiogare la squadra di Prandelli, apparsa arruffona e un po' sulle gambe pur offrendo un'ultima parte di gara più propositiva.
Il Santo Padre voleva un'amichevole e i ritmi sono stati tali. Non c'è stato però il pareggio che il clima ecumenico di questi giorni aveva quasi evocato, anche se gli azzurri lo hanno sfiorato nel finale. «È mancata un po' di cattiveria», lamenterà Prandelli. L'Italia sembra avere un po' di allergia per le partite senza i tre punti in palio: l'Argentina non è sicuramente la Russia del post europeo o Haiti della pre Confederations, ma i segnali che riceve il ct non sono per niente confortanti. Colpa di una condizione ancora incerta di molti elementi, di una squadra figlia del manuale Cencelli (leggi “equilibrismi” per non penalizzare le squadre italiane impegnate nelle prime sfide che contano) e di un attacco “spuntato” (l'Osvaldo orfano di Balotelli risulta nullo e chissà che la sua situazione di incertezza all'interno della Roma non abbia influito) e salvato solo dalla verve di Insigne a caccia di gloria al cospetto del compagno di squadra Higuain.
L'Italia ferragostana nasce dalla voglia di Prandelli di provare anche un po' il futuro. E così ad esempio si vedono nell'undici di partenza Verratti (l'erede del Pirlo che chiuderà con l'azzurro fra meno di un anno), De Rossi difensore centrale (ruolo sperimentato spesso anche nella Roma), Antonelli esterno a sinistra nuovo test per riempire un buco che da anni manca alla nostra Nazionale. Tutti esperimenti che non funzionano («Bravi, ma ci vuole tempo», il giudizio del ct), se è vero che il talento del Psg finisce “tritato” dalla coppia Biglia (neolaziale e quindi determinato a ben figurare alla sua prima all'Olimpico) e Mascherano, il romanista commette due errori gravi (uno fatale) e il genoano raramente può proporsi.
Di contro un'Argentina trova la buona serata di Gonzalo Higuain, che raccoglie applausi e delizia la platea con un bel gol cercato con insistenza e un assist per il raddoppio di Banega. Qualche fischio per Lavezzi (che parte in panchina): ieri in Argentina i giornali parlavano solo della foto con l'attaccante seduto sulla sedia del Papa.
Alla fine anche il cardinal Bertone dà forfait, così il Vaticano è stato rappresentato da monsignor Soriano insieme a una sessantina tra ecclesiastici e laici. Proprio Soriano ha accompagnato la simbolica cerimonia dell'ulivo piantato in vaso posto ai bordi dell'Olimpico con l'“assistenza” di Buffon e Mascherano.
Mancano i pezzi più pregiati (Balotelli e Messi) tornati a casa con la benedizione di Prandelli e Sabella (“questo è periodo delicato della stagione, è giusto che i calciatori che hanno piccoli problemi possano rientrare nelle sedi dei loro club per iniziare le terapie di recupero”, così il ct azzurro) ma in campo vanno giocatori che insieme fanno almeno 350 milioni di euro di valutazione sul mercato. Argentina più propositiva nel primo tempo nonostante l'assenza della “Pulce”, Italia un po' meglio nella seconda parte quando però i sudamericani sembrano mollare gli ormeggi con il doppio vantaggio. A salvare la serata azzurra nella seconda parte della gara, quando la girandola dei cambi è già iniziata, sono la traversa di Diamanti e il bel gol di Insigne, che si candida a una maglia da titolare per la partita con la Bulgaria del 6 settembre. Quella sì che varrà qualcosa e non ci sarà certo aria "ecumenica".