L'armata britannica in bici è nata anche in Toscana

L'italo-inglese Sciandri ha allevato Cavendish e compagni a casa nostra: "I vostri talenti li bruciate da dilettanti". E a Londra è boom delle due ruote

nostro inviato a Londra

La nazionale più nazionale di tutte, quella British e di Sua Maestà la regina, quella del mondiale di Cavendish e dello stesso Cavendish predestinato, qui, sabato, all'oro su strada, la nazionale del Tour di Wiggins e delle sette tappe vinte da cinque britannici e dei tre ori in pista a Pechino firmati sir Chris Hoy che adesso fa anche il portabandiera tanto conta la bici da queste parti, ecco, questa nazionale schiacciasassi l'abbiamo fatta noi. In Toscana. Mica bello.

Tante grazie a Maximilian Sciandri, classe '67, ex corridore professionista, italiano di Derby naturalizzato inglese dal 1994, prima medaglia su strada di Sua Maestà ai Giochi, anno 1996, Atlanta, fu bronzo, ora diesse di Cadel Evans. Tante grazie davvero, perchè Maximilian, dal 2005 al 2010, ha avuto la bella idea di offrirsi alla federazione inglese per svezzare manciate di giovani di belle speranze. Racconta: «Ho proposto a Dave Brailsford, il patron, il guru del ciclismo inglese, a capo della nazionale e anche del Team Sky, di organizzare una vera e propria Academy della bici qui in Italia, dove vivo, a Quarrata», dove, ma guarda caso, vive anche Mark Cavendish. «All'epoca la nostra nazionale era forte solo su pista, però vedevo giovani di grandi potenzialità, a partire proprio da Mark».

Così, mentre noi ci crogiolavamo convinti che i Bettini e i Basso sarebbero stati eterni, questo avamposto inglese in terra nostra metteva le basi del futuro e un po' ci pirlava visto che il loro futuro è adesso un presente imbarazzante per noi e bello per loro. Magari, poi, sabato, i ragazzi di ct Bettini, i nostri Nibali, Modolo, Trentin, Pinotti, Paolini e Viviani, magari faranno l'impresa, perché «pochi calcoli e tanti fatti» spronava ieri il ct azzurro, perché «se la dovranno sudare», perché «dobbiamo farli fuori prima che lancino Cavendish, perché mi piace improvvisare».

Però, sulla carta è dura, diamine quanto è dura. Per Cavendish e Stannard, svezzati da Maximilian, e gli altri tre del quintetto olimpico (Wiggins e Froome primo e secondo al Tour, e Millar), lo sarà molto meno. Unica incognita per loro, la pressione che il tifo di quest'isola scopertasi biciclettara gli metterà in spalla. Perché, ammettiamolo, non è più l'Olanda la terra delle pedalate, ma l'Inghilterra; e Londra la città simbolo. Perché qui non ci sono ciclabili e mondi variegati che pedalano come ad Amsterdam, qui le bici sfilano nel traffico e chissenefrega se è pericoloso, le macchine comunque frenano, scartano, ammutoliscono perché si rispetta chi pedala, perché la bici è glamour, è moda. A Londra luccicano di più le vetrine dei concessionari di bici che quelle delle auto fuoriserie. Anche qui nel Mall del parco olimpico stessa cosa, lo store dell'italianissima Pinarello vincitrice del Tour scintilla più delle vetrine degli orologi extra lusso e sabato quest'altra Italia armerà 4 quinti degli inglesi.

«Fatto sta, a Quarrata - prosegue Sciandri - la mia Academy ha cresciuto scalatori, passisti, velocisti e dodici o tredici di questi sono ora professionisti. Quanto al ciclismo azzurro, i tempi d'oro sono finiti ed è colpa del mondo dilettantistico italiano, un mondo basato esclusivamente sulla vittoria, dove se il giovane under 23 deve trionfare, non può sbagliare perché far secondo non conta niente. Invece il nostro obiettivo era diverso, era dare ai giovani inglesi la possibilità di sbagliare e di imparare. Per me era ed è un passaggio fondamentale per arrivare al professionismo: devi sbagliare, devi imparare, devi provare, devi capire quali sono i tuoi limiti e solo col tempo spingerti oltre. Cosa che invece un dilettante italiano, in quei 3-4 anni non fa, non può fare perché deve pensare solo a vincere. E allora dico che l'Italia i talenti ce li ha, solo che vengono in gran parte bruciati fra i dilettanti».

Questo il primo malessere del ciclo azzurro, perché ce n'è pure un secondo. «Nel crescere talenti, in Italia - conclude Sciandri - non c'è nessuna metodologia veramente nuova, siamo datati. Il Giro l'ha vinto un canadese, il Tour un inglese, Nibali terzo ma c'era un abisso. Pensate che durante l'esperienza dell'Academy, dal 2005 al 2010, la Federazione inglese mi mandava nutrizionisti e psicologi a controllare persino come gli atleti erano alloggiati in stanza, se c'era luce, spazio, e per insegnare loro a cucinare. Sì, gli inglesi hanno programmato tutto, l'Italia molto meno. E forse sarebbe ora di smettere di vivere sugli allori e di fare un esame di coscienza».